sabato 3 dicembre 2016

PER IL “NO” NEL REFERENDUM CONFERMATIVO: REGIME E PLEBISCITO di Franco Astengo

PER IL “NO” NEL REFERENDUM CONFERMATIVO: REGIME E PLEBISCITO di Franco Astengo All’interno delle urne elettorali che saranno aperte domani sera ci saranno molti “NO” di natura diversa, sul piano politico, ideologico, delle motivazioni apportate dalle elettrici e dagli elettori che li avranno espressi. Per questo motivo è necessario, proprio in chiusura di questa devastante campagna elettorale infarcita di menzogne raccontate dal Presidente del Consiglio e dai suoi sodali di governo e di corrente e di ricerca del voto di scambio (dopo l’esperienza degli 80 euro nell’occasione delle Europee 2014) precisare alcune questioni di grande importanza. Clima da voto di scambio al quale hanno molto contribuito gli stessi sindacati confederali costruendo con il governo la commedia degli equivoci riguardante i contratti dei metalmeccanici e del pubblico impiego: non sono stati firmati contratti, beninteso, ma semplicemente documenti politici che indicano le “linee generali”, naturalmente smentibili l’indomani (se mai ne fosse buona cosa la conferma). Il chiaro, netto, inequivocabile “NO” che si esprime in questa sede deriva da un’analisi già sviluppata fin dalla precedente legislatura e rafforzata dai fatti nel momento dell’entrata in vigore del governo Renzi. Si tratta di una analisi che riguarda la formazione di un vero e proprio “regime autoritario”, in Italia in atto da molto tempo quale esperimento anticipatore di una eventuale estensione europea: esperimento che si lega alla natura oligarchica della stessa Unione e che nulla c’entra con i vari populismi denunciati e paventati dagli establishment bancari (leggi JP Morgan) che rappresentano i veri ispiratori di questo progetto dal quale discendono direttamente le deformazioni costituzionali che saranno sotto poste al voto domani. Ribadiamo quindi quell’analisi, collegandola anche alle diverse espressioni di “NO” sociale che sono state produttivamente avanzate da sinistra da diversi soggetti ai quali, in particolare, è rivolta. Non si entra quindi nel dettaglio, del resto accuratamente sviscerato nel corso di questi mesi, assestandoci invece, in questo caso, su di un piano direttamente politico. La domanda è questa : Siamo di fronte ad uno stato di cose in atto che legittima la domanda: “L’Italia è matura per un regime autoritario?”. Si direbbe proprio di sì andando analizzare, ben di là dai temi suggeriti dalle modifiche alla Costituzione e alla legge elettorale (legge elettorale che, è bene ricordare sempre anche questo elemento, rimane il cardine del sistema dal punto di vista politico), ma proprio sviscerando la realtà sociale del Paese. Come esce l’Italia dalla fase aperta, vent’anni fa, con l’implosione del sistema dei partiti, il varo dei trattati europei, la definitiva affermazione dell’egemonia del liberismo: un’egemonia ormai accettata da tutti i settori politici e non solo da quelli economici, all’interno dei quali si levano soltanto sporadiche voci di riferimento neo – keynesiano? In più abbiamo avuto l’affermazione di un’egemonia di tipo culturale fondata sulla priorità dell’immagine, del consumo individualistico, della personalizzazione della politica, del messaggio sempre più semplificato da rivolgere alla massa ai fini di determinare lo svolgimento d’iniziative di pura propaganda in tutti i campi. E’ completamente sparito, da questo scenario, l’approfondimento sociale, culturale e politico e la sola immagine corrente risulta essere quella di marca televisiva, mentre anche l’uso delle tecnologie si è adeguato a questo complesso discorso di “passivizzazione di massa”. Su queste basi di riflessione possiamo ben definire come emergano due elementi fondamentali per poter leggere criticamente la realtà: “ uno spostamento rilevante nel rapporto storicamente individuato tra struttura e sovrastruttura (con una necessità di rivedere anche la stessa teoria delle fratture) ”; l’enormità del fenomeno della “rivoluzione passiva” così come determinatosi nel ventennio trascorso. Si sono verificati così alcuni fatti di grande importanza proprio sul piano politico: 1) Una profonda divisione all’interno della struttura sociale del Paese, dovuta essenzialmente a una recrudescenza – mai verificatasi almeno dalla seconda metà del’900- del peso della contraddizione di classe. Una recrudescenza non riconosciuta, però, a livello sociale proprio per via del ruolo assunto dagli strumenti a disposizione della sovrastruttura. Un mancato riconoscimento che ha provocato divisioni sia a livello sociale, sia politico al punto da far sì che le insorgenze e i conflitti sociali in atto possano essere facilmente permeati da domande ribellistiche e di tipo neo-corporativo; 2) Si è verificata la saldatura di un blocco reazionario nella gestione del ciclo capitalistico e della relativa fase politica. Un blocco reazionario formato essenzialmente da tre componenti: a) i livelli di potere reale collocati nella dimensione della Comunità Europea; b) il secco spostamento della parte più rilevante degli industriali italiani attorno al “modello Marchionne” che ha aperto una stagione di vera e propria repressione all’interno dei più importanti settori produttivi; c) l’assunzione, a livello di governo politico, del tema della governabilità in senso autoritario, esemplificabile nell’obiettivo presidenzialista che proprio il sistema elettorale comprende con chiarezza. In questo modo il governo sta puntando su tre obiettivi: l’azzeramento dei corpi intermedi; l’annullamento dei consessi elettivi; la repressione immediata di qualsiasi dimostrazione di dissenso a livello di massa. Quella che fu la cosiddetta “media borghesia” del resto, toccata nel suo “status” di consumatore competitivo è pronta ad aderire come supporto a questo blocco reazionario nel senso di quello che tradizionalmente è stato definito come “ventre molle”. In sostanza si tratta di quella “maggioranza silenziosa” evocata da Renzi, sulla strada di quella qualunquistica da legge e ordine di De Carolis e Degli Occhi negli anni ’70. Una “maggioranza silenziosa” sulla quale il Regime domani punterà a farsi plebiscitare. 3) Questi elementi hanno determinato lo “sfinimento” della società e, come conseguenza diretta, le pericolose divisioni cui si accennava all’inizio. Sarebbe lungo l’elenco degli errori commessi da partiti e sindacati e su questo punto ci si è già esercitati più volte. Si tratta di divisioni a livello sociale e culturale prima ancora che politico che generano smarrimento e comportamenti non collegati alla dimensione reale del contesto nel quale ci troviamo. Si riscontra, in particolare nei giovani, una vera e propria perdita nel senso dell’appartenenza e nella non riconoscibilità della propria effettiva dimensione sociale. Una situazione di sostanziale sbandamento. 4) L’astensionismo elettorale rappresenta soltanto un segnale sul quale riflettere nel momento in cui si riflette sul tema – tutto da riprendere- della rappresentanza politica del conflitto sociale oggi e della prospettiva di trasformazione radicale della società. In sostanza questi tre fattori, della complessità delle fratture sociali, politiche, generazionali, territoriali del Paese; del formarsi di un vero e proprio “blocco reazionario”; dello “sfinimento” della società e dell’assenza di corpi politici in grado di svolgere le funzioni di sintesi e di riferimento costituiscono la base per la quale si può ben ritenere legittimo definire alla situazione italiana come disponibile all’avventura del regime autoritario. Il referendum può rappresentare l’occasione per un giudizio complessivo di una fase nel corso della quale abbiamo registrato il verificarsi di due opposte tendenze: quella di rendere sempre più “orizzontale” l’organizzazione sociale e quella di trasformare l’organizzazione politica in senso sempre più “verticale” di accentramento del potere nell’esecutivo. Il tentativo più serio e pericoloso in questo senso è quello della distruzione dei corpi intermedi allo scopo di rendere “diretto” (per così dire) il rapporto tra il capo e le masse e l’assoggettamento della magistratura (addirittura impossessandosi del segreto istruttorio) al potere esecutivo (un vecchio disegno della P2, come tanti altri contenuti in questa riforma e in altri atti compiuti nel corso del tempo, dall’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio). In questo quadro il punto di merito più rilevante e pericoloso della deformazione costituzionale oggetto di referendum risiede nel superamento di fatto della primazia del Parlamento in funzione legislativa. Il trasferimento della supremazia legislativa dal Parlamento al Governo (come si è già fatto nella pratica attuazione della cosiddetta “Costituzione Materiale” attraverso l’uso surrettizio dei decreti legge) e – come prevede l’Italikum – l’occulta (ma non tanto) elezione diretta del Presidente del Consiglio figura coincidente con quella del Capo di un partito violano punti chiari della prima parte della Costituzione, agli articoli 1 e 3 sottraendo “de facto” la sovranità del popolo che la esercita, secondo la legge, attraverso la rappresentanza parlamentare. Il “NO” diventa quindi l’unica possibilità di sbarrare la strada al consolidamento plebiscitario di un regime e di favorire un necessario e urgente processo di riqualificazione democratica nel senso indicato dalle origini della Costituzione Repubblicana.

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