lunedì 21 agosto 2017

Franco Astengo: Maggioritario

A VOLTE RITORNANO: MAGGIORITARI, PRESIDENZIALISTI di Franco Astengo Sta prendendo di nuovo forma e sostanza l’iniziativa politica raccolta attorno ai temi del sistema elettorale maggioritario e del presidenzialismo. Mi rivolgo pertanto a coloro che nel corso di questi mesi non hanno sostenuto soltanto il “NO” nel referendum difendendo così i punti essenziali del dettato costituzionale ma, nello stesso tempo, hanno lavorato per favorire l’adozione di un sistema elettorale proporzionale: primi fra questi quanti hanno preso parte alla battaglia in Corte Costituzionale avverso il “Porcellum” e successivamente il famigerato “Italikum”. Intendo lanciare un vero e proprio segnale d’allarme, in questo senso. Oggi, 21 Agosto, infatti, compare sulle colonne del “Corriere della Sera” un articolo di Ernesto Galli della Loggia che pare preludere a una vera e propria controffensiva da parte delle forze sostenitrici insieme del sistema maggioritario e del presidenzialismo. Sotto il titolo “Come risvegliare nelle urne un paese troppo indeciso” Galli della Loggia, prima di tutto, sottolinea la necessità di un rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio collegando questa ipotesi con l’adozione di un sistema elettorale maggioritario (premio di maggioranza alla lista oppure collegio uninominale maggioritario) ma soprattutto attaccando direttamente la Costituzione, all’articolo 1, agli articoli 55, 56, 57 e all’articolo 92. Un attacco diretto che si esplicita con le parole conclusive dell’articolo che qui si riportano: “In realtà bisognerebbe finalmente convincersi che le elezioni (e quindi anche le leggi elettorali) dovrebbero servire a far decidere agli elettori non già da chi vogliono essere rappresentati, bensì soprattutto da chi vogliono essere governati. E dunque dovrebbero servire soprattutto a eleggere e a mandare a casa i governi”. Appare evidente l’attacco alla Costituzione in dispregio anche allo stesso esito del referendum del 4 dicembre 2016. E’ necessaria una risposta immediata che deve essere risposta politica . Poco e probabilmente nulla, in materia di riforma elettorale, è accettabile se non fornisce con una qualche credibilità risposte a un obiettivo che deve essere ricordato: quello della centralità del Parlamento e la rappresentanza di tipo proporzionale da realizzarsi proprio in quella sede attraverso l’espressione delle sensibilità politiche attive e organizzate nella società Non si capirebbe d'altronde, perché si dovrebbe ingaggiare una battaglia politica su questo argomento se non per ampliare la democrazia dei cittadini, per migliorare il rendimento del sistema politico, per restituire la speranza di cambiamenti di fondo coerenti con le preferenze degli elettori, incisivamente espresse. Questa deve essere la filosofia politica di qualsiasi riforma elettorale. L'obiettivo di fondo dovrà essere quello della politica che recupera i criteri della legittimazione sociale, nell'idea di una rappresentanza quale fattore fondamentale dei processi d’inclusione. Un cammino che siamo convinti valga la pena di percorrere, non certo in forma isolata, ma costruendo interesse collettivo, capacità di dibattito, costanza di un’iniziativa tale da produrre effettivi momenti di crescita nella conoscenza, nella consapevolezza, nella realtà di una proposta rivolta verso il futuro. Per questi motivi l’obiettivo deve essere quello di una legge elettorale proporzionale in pieno rispetto con le idealità di fondo e i contenuti della Costituzione Repubblicana. Occorrono iniziativa politica e, tanto per usare un linguaggio d’altri tempi, vigilanza democratica.

giovedì 17 agosto 2017

Lorenzo Borla: Alcune osservazioni sull'Iri

ALCUNE OSSERVAZIONI SULL’IRI Nel 1980 l'Iri era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Nei precedenti anni Sessanta e Settanta, mentre l'economia italiana cresceva a ritmi elevati, l'Iri fu tra i protagonisti del "miracolo" italiano. Altri Paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla "formula Iri" come ad un esempio positivo di intervento dello Stato dell'economia, migliore della semplice "nazionalizzazione", perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e privato. Le obbligazioni emesse dall'Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori. Giuseppe Petrilli, presidente dell'Istituto per quasi vent'anni (dal 1960 al 1979) nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della "formula Iri". Attraverso l'Iri le imprese controllate dallo Stato erano utilizzabili per finalità sociali, nel senso che lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti. Non solo, ma uno degli scopi di una industria di Stato come l’Iri era quello di contribuire alla massima occupazione. Insomma, l’Iri non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato "oneri impropri", cioè perdite economiche, che andavano a carico dello Stato. All'Iri vennero richiesti ingenti investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro. Lo Stato erogava i cosiddetti "fondi di dotazione" all'Iri, che poi li allocava alle sue società caposettore sotto forma di capitale; ma tali fondi non erano mai sufficienti per finanziare gli investimenti richiesti e spesso venivano erogati con ritardo. Di conseguenza l’Istituto e le sue aziende dovevano finanziarsi con l'indebitamento bancario, che negli anni settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo Iri erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo fu la Finsider dove nel 1981 questo rapporto scendeva al 5%. Gli oneri finanziari, oltre ad altri fattori, portavano in rosso i conti dell'Iri e delle sue controllate. In particolare, la siderurgia e la cantieristica riportarono perdite fino agli anni ottanta, così come costantemente pessimi eranoi risultati economici dell'Alfa Romeo. Nel luglio 1992 l'Istituto fu convertito in Società per azioni. Tra il 1992 ed il 2000 furono privatizzate tutte le partecipazioni che avessero un valore di mercato. Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Alitalia e Rai) rimaste in mano all'Iri furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenere in vita la Iri Spa, trasformandola in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 la società Iri Spa fu messa in liquidazione e nel 2002 fu incorporata in Fintecna, scomparendo definitivamente. E’ opportuno ricordare il contesto del 1992: il governo Amato, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio operò un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti depositi bancari. La preoccupazione era il default dello Stato: ovvero che mancassero i soldi in cassa per pagare gli stipendi dei dipendenti e gli interessi sul debito. Il debito pubblico, che nel 1970 era al 37,11% del Pil, e nel 1980 al 56,08 %, era arrivato, nel 1992, al 105,09%. La preoccupazione del default spiega l’ansia di dismissioni della proprietà pubblica al fine di mettere al sicuro le casse dello Stato. Tra il 1992 ed il 2000 l'Iri vendette partecipazioni e rami d'azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, di 56.000 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti. Non c’è dubbio che da un punto di vista politico, per chi crede nello Stato socialista, la privatizzazione dell’Iri è stato un errore gravissimo. Lo è stato certamente per quanto riguarda le attività sane, cioè profittevoli, che pure c’erano: per esempio la Stet/Telecom, finita in balia della gestione scellerata dei “capitani coraggiosi”. Oppure, sempre per esempio, la società Autostrade (un monopolio naturale) finita ai Benetton per un pugno di dollari. Non solo: molte società della galassia Iri, se gestite con criteri manageriali, avrebbero potuto, coi propri utili, dare un contributo non marginale alle casse dello Stato. Insomma, fu preferita la disponibilità dei “pochi, maledetti e subito” a quello della profittabilità a lungo termine. Resta da decidere però se aziende competitive sul mercato, senza aiuti statali, gestite con lo scopo di fare profitti, avrebbero assolto ai criteri della “formula Iri” di Giuseppe Petrilli. In conclusione (una conclusione sintetica aperta a infiniti approfondimenti e valutazioni): io non sono al corrente se un conto economico dei costi e dei benefici del gruppo Iri, dal dopoguerra fino al 2002 (anno in cui cessò di esistere) sia mai stato fatto. O se sia possibile farlo. Ci sono da registrare, in negativo, le perdite cumulate dalle società del gruppo in una cinquantina d’anni; a cui bisogna aggiungere le esenzioni, le sovvenzioni, le iniezioni di capitale. Questi oneri per lo Stato non furono mai sostenuti dalle varie “finanziarie” su base annua: bensì semplicemente messi in conto al debito pubblico. In positivo (e qui una valutazione economica è molto difficile) bisogna mettere il grandissimo contributo dato dall’Iri allo sviluppo dell’Italia del dopoguerra, incluso l’aspetto occupazionale. Che cosa ha significato per l’economia del Paese, nei cinquant’anni considerati, un numero ingentissimo di occupati, ovvero di famiglie con una ragionevole capacità di spesa?

mercoledì 16 agosto 2017

Franco Astengo: In sordina l'anniversario del Psi

IN SORDINA L’ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA di Franco Astengo In pochi hanno ricordato che ieri, 15 Agosto, ricorreva il 125° anniversario dalla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani avvenuta con il congresso nazionale di Genova: partito che l’anno appresso a Reggio Emilia avrebbe ufficialmente assunto la qualifica di “socialista”. E’ il caso, invece, di ribadire l’importanza di quella data proprio in questo momento nel quale si può ben dire che la sinistra si trova sul serio ancora lontana dal raggiungere “l’anno zero”. Anzi la discussione in corso intorno al tema del formarsi di una presumibile soggettività politica unitaria della sinistra italiana (per adesso, in verità, soltanto di una lista elettorale) appare – da fuori – del tutto irritante perché circoscritta a questioni che, davvero, risultano negative. Questioni sviluppate semplicemente a fini immediatamente utilitaristici e declinate semplicisticamente sulla base di un’accezione deteriore del concetto di “autonomia del politico”: la questione della cosiddetta leadership (fra l’altro contesa da personaggi almeno improbabili che al massimo sono in grado di proporre le disastrose “primarie”) e il tema delle altre cosiddette “alleanze di governo”, PD o non PD e quant’altro di vera e propria miseria umana. Detto questo e ricordato ancora, rispetto al congresso di Genova, che tutti noi (socialisti di diversa tendenza e comunisti di varia collocazione, ma non certo cattolici popolari, radicali, azionisti) deriviamo da quella precisa vicenda politica, torniamo al 1892 per un breve, ma necessario, excursus storico. Il congresso operaio nazionale di Genova discusse e approvò un programma politico che doveva rimanere la carta fondamentale del PSI fino alla rivoluzione d’Ottobre e al primo dopoguerra. Da quel congresso iniziò un lavoro di organizzazione centralizzata, intesa secondo il principio socialista e classista e l’esempio di partiti d’ispirazione marxista già esistenti all’estero, in primo luogo quello tedesco. In un periodo nel quale radicali e repubblicani, liberali, conservatori e cattolici militanti erano in modi diversi alla ricerca di un nuovo programma e di un embrionale coordinamento delle rispettive forze, i socialisti fondarono il primo partito moderno della storia d’Italia. Pochi, allora, se ne accorsero nell’opinione pubblica ufficiale. La grande stampa dedicò scarsa o nulla attenzione alla riunione nazionale dei socialisti, cha apparivano più condizionati da una dialettica interna al loro piccolo movimento che inseriti nella realtà storica. Eppure la nascita del socialismo in Italia derivava proprio dalla capacità di affrontare quella realtà storica nei suoi elementi generali. Il processo di unificazione politica dei socialisti si misurava infatti appieno con le grandi divisioni del Paese tra un Nord non ancora attrezzato sul piano della struttura industriale e un Centro – Sud agricolo e pre- capitalista. Attraverso la costituzione del partito socialista si stabilivano contatti tra i gruppi d’avanguardia del proletariato settentrionale il già fiorente movimento cooperativo emiliano e i rappresentanti socialisti dei Fasci siciliani. L’impulso unitario del 1892 nasce appunto dalla convergenza fra questi tre settori del movimento e i circoli e nuclei locali più o meno fittamente esistenti sul territorio nazionale. L’iniziativa è nettamente nelle mani dei milanesi perché a Milano è molto più avanti che da altre parti l’incontro tra esperienze di lotta operaia e di ricerca politica socialista, attuata da nuclei intellettuali raccolti attorno alla “Critica Sociale” fondata da Turati nel 1891. In precedenza,nel 1889, proprio dall’incontro tra gruppi di giovani intellettuali socialisti e alcuni dirigenti operai era nata la Lega Socialista Milanese, vero e proprio embrione del nuovo partito. Erano cadute, nel frattempo, entrambe le iniziative che si erano sviluppate nel corso degli anni’80 all’interno del movimento operaio di tendenza classista: il Partito Operaio Italiano con centro a Milano e il partito Socialista Rivoluzionario fondato in Romagna da Andrea Costa. Nella ricostruzione storica è necessario valutare appieno anche i tentativi condotti tra il 1877 – 80 dai redattori de “La Plebe” e dallo stesso Andrea Costa di unificazione del gruppi socialisti italiani: tentativi appoggiati tatticamente da Marx e da Engels soprattutto in funzione antibakuniniana. La Lega Socialista Milanese si riallacciò a quei primi albori di coscienza di partito e alla tradizioni illuministiche e positiviste dell’ambente politico – intellettuale della Città. Nel 1892 i tempi erano maturati soprattutto perché il processo di formazione di un’industria moderna a Milano e in altri centri era ormai in corso e il nuovo proletariato , la cui formazione derivava proprio da quel processo, si trovava sempre di più davanti problemi di lotta di classe non deformati da suggestioni ideologiche nazionali. Correnti differenziate non se ne ravvedono ancora all’interno del congresso di Genova: la destra embrionale di Prampolini e dei reggiani è controbilanciata da un diffuso atteggiamento di intransigenza e di autonomia socialista. Sul PSI pesava certamente l’origine antianarchica che aveva causato il giorno precedente la divisione della Sala Sivori, soprattutto rispetto al distacco dagli anarchici individualisti. L’atteggiamento antianarchico si verificava però in un contesto di carattere internazionale: nel 1889 era nata a Parigi la Seconda Internazionale che in quel momento stava attraversando un processo di epurazione degli anarchici qualificandosi come organismo aperto a influenze democratiche mentre la socialdemocrazia tedesca riportava successi organizzativi ed elettorali. In questo quadro erano in via di riflessione i temi dello Stato e della conquista del potere . Il congresso di Genova fu dominato dalla discussione e dalla riformulazione del programma. In quell’occasione il socialismo italiano raggiunse il massimo delle sue possibilità per l’epoca e l’atto della costituzione del partito richiede, ancora oggi, una valutazione storica prioritaria, rispetto a ogni indicazione di limiti. Infatti, fino agli anni della prima guerra mondiale e al congresso di Bologna del 1919 il programma di Genova doveva rimanere il testo fondamentale del PSI, e solo una nuova valutazione del problema dello Stato e della conquista socialista del potere ne avrebbe, in pieno periodo rivoluzionario, dichiarato la genericità e insufficienza. Dal testo curato da Luigi Cortesi “Il Socialismo Italiano tra riforme e rivoluzione” Laterza, Bari 1969, riportiamo il testo del programma del Partito dei Lavoratori Italiani (il lavoro di Cortesi cita come fonte: "La Lotta di Classe” del 20 – 21 Agosto 1892 “ Considerando Che nel prossimo ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati; dall’altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali; Che i salariati d’ambo i sessi, d’ogni arte e condizione formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto a uno stato di miseria, d’inferiorità e di oppressione; Che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di cotesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell’esistenza Riconoscendo Che gli attuali organismi economico – sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali della classe lavoratrice; Che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro (terre, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto, ecc.) e la gestione sociale della produzione; Ritenuto Che tale scopo non può raggiungersi che mediante l’azione del proletariato organizzato in partito di classe, indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantesi sotto il doppio aspetto: 1) Della lotta di mestieri per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica,ecc.) lotta devoluta alle Camere del Lavoro e alle altre Associazioni di arti e mestieri; 2) Di una lotta più ampia intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni Pubbliche, ecc) per trasformarli, di strumento che oggi sono di oppressione e sfruttamento, in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante; I lavoratori italiani che si propongono la emancipazione della propria classe Deliberano Di costituirsi in Partito, informato ai principi su esposti e retto da uno Statuto.

Stefano Rolando: Di Maio e Pertini

Che un giovane parlamentare italiano, come Luigi Di Maio, per giunta con l’incarico di vicepresidente della Camera dei Deputati (che fu per molti anni l’incarico di Sandro Pertini) dichiari di avere Pertini come modello, non mi scandalizza e non mi incita a guerre di lesa maestà o di “impertinenza” irriguardosa (come ho letto in questi giorni). Le ironie esplose in rete sono, in verità, comprensibili. Ma che da un movimento spesso galleggiante nella non memoria appaia un segnale alla ricerca di qualche identità ricomposta con le migliori storie di questo Paese è in sé notizia da non gettare nel tritacarne della rissa politica quotidiana. Per chi da tempo ha a cuore primariamente la cura di quelle storie (qui parlo anche come membro del comitato scientifico della Fondazione Pertini) quella dichiarazione viene tuttavia ora trascritta nel quaderno degli “osservati speciali”. Pensieri e parole di Di Maio saranno materia esaminata con l’attenzione che la sua dichiarazione richiede. Nella speranza che gradirà parimenti i giudizi di eventuale coerenza e di eventuale incoerenza che da oggi è lecito esprimere come abbiamo fatto con noi stessi e con la nostra generazione che, anche più giovane di Di Maio, scelse Pertini come modello.