sabato 27 agosto 2016

Peru's Rising Democratic Left | Dissent Magazine

Peru's Rising Democratic Left | Dissent Magazine

Franco Astengo: Terremoto

I giornali parlano di 2.500 sfollati. Cifra definitiva, considerata la ristrettezza dell'area terremotata. Un paese di 60 milioni di abitanti che non riuscisse, provvisoriamente per qualche mese, a sistemare dignitosamente e non sotto le tende questi suoi cittadini davvero fornirebbe la misura dell'inciviltà con la quale l'Italia è stata governata nel corso di questi anni. Un paese nel quale il ministro dell'Interno ha il coraggio di parlare di "miracolo laico dei soccorsi" e che ha l’impudenza di volersi candidare a ospitare la maxi-macchina mangia soldi delle Olimpiadi. Siamo alla reazione "doverosa" e "minima" di uno Stato di diritto, che davvero in frangenti di questa entità non dovrebbe fari ricorso al volontariato e alle sottoscrizioni dei privati. Adesso parte il grande affare dell'antisismicità, si parla di 300 miliardi. Da affidare a chi , proprio ad Amatrice, ha costruito una scuola usando la sabbia al posto del cemento? Deve essere chiaro che si tratta di una ricostruzione di modestissime dimensioni, nella fattispecie ma che buona parte d'Italia rimane a rischio. Con tutto il cordoglio per le vite umane perdute, ma dimensioniamo le cose al loro punto giusto. Magari allontanando buona parte degli "inviati speciali" che mettono il microfono sotto il naso della povere gente chiedendo se "sono contenti di andare in tendopoli". La tendopoli la meriterebbero ben altri, e sarebbe già una sistemazione " de luxe". Franco Astengo

venerdì 26 agosto 2016

Giancarlo Bosetti: Socialdemocrazia

Da Repubblica, 26 agosto 2016 Dalla Grecia alla Scandinavia, passando per la Brexit, in tutta Europa i partiti progressisti vivono un declino elettorale che sembra inarrestabile di fronte all’avanzata populista Ma un percorso di rilancio è ancora possibile Socialdemocrazia quel che resta di un’utopia razionale GIANCARLO BOSETTI Mentre Jeremy Corbin alla guida del Labour medita di riproporre socialismo e nazionalizzazioni tornando persino a discutere l’articolo 4 dello statuto del partito (la nota clause IV con il cui emendamento Blair aveva aperto la via a tre vittorie consecutive), questa estate 2016 — ironie della storia — può celebrare il punto più basso della ritirata della socialdemocrazia europea. Non tutti i partiti della categoria sono precipitati, finora, come il Pasok dal 44 al 6% in soli 6 sei anni, ma i segni del declino sono drammatici nelle urne, nei sondaggi, nell’invecchiamento dei sostenitori rimasti fedeli. I numeri aggregati su una distanza più lunga dicono che la forza elettorale della socialdemocrazia in Austria, Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito è passata dal 41% nei primi anni ottanta al 28 (l’Italia ha una storia in parte diversa), mentre sono cresciuti in parallelo gli sfidanti anti-sistema, di destra e di sinistra, passando dal 9 al 23% (da un’analisi Hobolt-de Vries per Policy Network). Il 52% per il “leave” nel referendum britannico del 23 giugno è anche da mettere nel conto dei passivi della socialdemocrazia (come il 55% del referendum francese del maggio 2005 che bocciò la costituzione europea), per la stessa ragione per cui è da mettere tra gli attivi dei movimenti nazionalisti, anti-Ue. Sono molti gli appuntamenti ai quali la sinistra è arrivata divisa — a Parigi, Londra, Berlino e Roma — e con le idee poco chiare (vero anche per i suoi avversari tradizionali) e incerta nelle risposte da dare a movimenti piuttosto abili — da Ukip al Front National, da M5S al Partito liberale austriaco — nell’imporre una agenda flessibile, plasmata sugli umori dell’elettorato (sì, anche improvvisata e superficiale) ma capace di raccogliere rabbia e insicurezza, ricca di promesse e libera da responsabilità e verifiche di governo. Il declino del ciclo socialdemocratico (o «la fine», come la chiamava Ralf Dahrendorf, già vent’anni fa, «fine — diceva — per compimento dei suoi obiettivi ») non è un tema nuovo e ogni volta che se ne è parlato i difensori più strenui dell’idea, tra i quali alcuni dei migliori politici espressi dalla classe dirigente europea, hanno sfoderato l’argomento forte della “adattabilità” dei partiti socialisti o laburisti a interpretare il conflitto politico contemporaneo in forme aggiornate, nonostante gli sconvolgimenti accaduti in cielo e in terra, nell’economia, nella cultura, nella tecnologia. Ora però la rimonta sembra più difficile, perché le defezioni avvengono in direzione dei nuovi sfidanti, mentre l’agenda del nostro tempo presenta contraddizioni insormontabili per partiti di tradizione socialista: la indispensabile legislazione sul lavoro flessibile, la “platform economy” (eBay, Amazon etc) al posto delle fabbriche, la liberalizzazione piena di una economia digitale (Uber), la sharing economy, i consumi collaborativi, il crowdfunding, i mercati ibridi, l’immigrazione sono tutti campi dove gli incursori dei partiti sfidanti possono liberamente schierarsi nel modo più redditizio. Le Monde, a metà agosto, ha dedicato due pagine all’impasse della sinistra europea: alla crisi del Psf arrivato terzo alle ultime regionali, 40mila tessere restituite dal 2012; agli spagnoli lacerati su appoggiare o no la coalizione con Rajoy; al caso slovacco, con un segretario, Robert Fico, alleatosi con due partiti di estrema destra; al duello in corso nel Partito laburista tra gruppo parlamentare e segretario. Avrebbe potuto raccontare il clamoroso caso danese, dove il Dansk Folkeparti, esemplare perfetto di malleabilità populista si è costruito come l’idrovora più efficiente nel succhiare voti ai vecchi partiti: meno tasse, blocco degli immigrati, protezionismo contro la globalizzazione. Il Df ha raggiunto il 33,7% contro il 26% dei socialdemocratici, ma non va al governo nonostante sia il primo partito. E sulla paradigmatica questione di Uber i populisti danesi si scagliano all’arma bianca contro, mentre la ragionante sinistra è divisa tra una vocazione liberale e una protezionista: quindi un po’ di Uber, ma non troppo. La natura di governo della socialdemocrazia, che si è stabilita così solidamente in Europa, la rende meno mobile sulle gambe nel corpo a corpo con i populisti, anche quando è all’opposizione. Chi difende la “adattabilità” dei partiti socialdemocratici, comunque si chiamino, fa valere la forza di strumenti politici, che si sono mostrati capaci di metabolizzare nuove stagioni politiche e nuove culture. Ma lo sono ancora? Il dubbio adesso è lecito e potrebbe essere giunta davvero la fine di molti vecchi partiti. Diverso il caso del Partito democratico americano, che ha dimostrato di non conoscere aggressioni da “fuori”, ma di essere pienamente contendibile da outsider (Bernie Sanders) dall’interno. A dire il vero la stessa cosa si può dire ad abundantiam anche per i Repubblicani (Trump, più che outsider, un intruso indesiderato). Prendiamo atto che quel sistema è davvero molto rappresentativo e “inclusivo”. La vicenda è solo apparentemente simile a quella di Corbin, perché — qui sta la differenza chiave — in questo caso le primarie sono circoscritte all’area dei sostenitori e affiliati del partito, mentre negli Stati Uniti sono aperte a tutti. Gli affiliati tendono a eleggere un candidato più partigiano e meno attraente per gli elettori in generale. I laburisti usavano il gruppo parlamentare come contrappeso all’estremismo (i deputati ci tengono a vincere). E infatti oggi la spaccatura passa di lì, appare insanabile, e c’è chi parla di scissione. Il Partito democratico italiano, costruito dalla nascita su una ipotesi di contesa bipartitica “americana”, ha adottato primarie aperte il che spiega, nel 2014, la vittoria schiacciante dell’allora outsider Renzi. Il Partito socialista francese è orientato a primarie per le presidenziali del 17, aperte alla coalizione, dunque non solo agli affiliati. Un cambiamento capace di rendere i socialisti una “scatola elettorale” buona per ora e per sempre in Europa potrebbe essere proprio questo. Non basteranno certo le primarie aperte. Bisognerà anche mettere fine alle “guerre civili” che dividono i partiti di centrosinistra, aprire il dossier dell’innovazione nel modo di far politica, nell’era di Change.org e di Avaaz, integrare le politiche di governo con strumenti di mobilitazione e partecipazione, utilizzare strumenti e tecniche della democrazia deliberativa, perché si veda quanto la politica tiene all’opinione dei cittadini, specie se arrabbiati, e non solo dei suoi simpatizzanti. Non mancano eccellenti ricette per risorgere, ma vanno utilizzate, se non si vuole che la nave vada a fondo.

Welfare: intervista ad Edmondo Rho (13.08.2016)

Welfare: intervista ad Edmondo Rho (13.08.2016)

giovedì 25 agosto 2016

Franco Astengo: L'attimo

L’ATTIMO di Franco Astengo E’ facile, e da più parti lo si sta già facendo, avviare la discussione sul post – terremoto scrivendo di costruzioni anti – sismiche, di piano nazionale di riqualificazione del territorio, di funzionalità della protezione civile, di mezzi e risorse a disposizione. Sarebbe banale, anche se sempre necessario, riflettere sull’attimo fuggente alla rovescia, il contrario del carpe diem: quando il diem afferra la vita delle persone e la azzera, non tanto e non solo sottraendo il soffio vitale, ma mandando all’aria il bilancio di intere esistenze, l’accumulo di cose semplici e il lascito di pensieri profondi di quelli che segnano il cammino dell’individuo. L’attimo provoca l’abbandono, il sentirsi trafitto sul sentiero della vita,l’abbandonarsi alla fatalità come meta estrema dell’ingegnarsi umano. Tutto questo è vero, è stato detto tante volte, rappresenta il bagaglio dell’ovvietà che pure in ogni simile occasione va disfatto e ritrovato. Probabilmente, però, occasioni come questa – proprio in relazione al momento storico che non è mai specifico e insieme non è mai il banale scorrere del fiume – fanno sì che risulti possibile una riflessione sulla folle corsa che la modernità impone alla ricerca di un verticismo assoluto nella detenzione del potere, nell’assolutismo dell’io come essere esaustivo della finalità umana come punto di ricerca dell’assolutismo politico. Emerge un contrasto evidente, si sente uno stridore terribile proprio tra questa ricerca della verticalità del potere assoluto e l’orizzontalità piatta dello scorrere della vita umana. Una orizzontalità perenne, che si perpetua nonostante le deviazioni improvvise che un itinerario di vita trova strada facendo. Questi frangenti impongono di tornare a riflettere proprio sull’appiattirsi delle relazioni, sull’impossibilità di riconoscere un ordine e un comando che appaiono inutili nel loro vano dimostrarsi. L’orizzontalità dell’essere reclama il collettivo, il “noi”, e respinge l’io. Non si tratta di un richiamo, pur doveroso, all’uguaglianza e alla solidarietà ma qualcosa di più profondo di rifiuto dell’esercizio dell’io in funzione della sopraffazione dell’altro. L’ingiustizia come fattore della convivenza sociale, elemento essenziale del verticismo politico, non può essere accettata quando l’attimo livella le esistenze e appiattisce il divenire della storia indirizzandolo verso l’assenza di esito. L’attimo fa sparire il potere come arroganza e suoi epigoni si aggirano orfani e smarriti in cerca della zattera di una telecamera. L’Occidente , residuo invertebrato della “politica di potenza”, sembra arrendersi all’ineluttabile e non basta più una teodicea laica per giustificare l’imposizione del proprio governo verso altri. Sarà difficile evitare un rinnovamento del nichilismo, come forma estrema della propria soggettiva affermazione di fronte al dramma collettivo. Tornare dal soggettivo all’oggettivo, dall’individuale al collettivo, dal non riconoscimento del potere all’esercizio di una gestione sociale delle risorse disponibili, non sarà semplice in una società che abbiamo voluto organizzata “in pianura”. Il terremoto impiega un secondo a distruggere individualismo e consumo. Costruire un’alternativa sarà compito lungo e arduo: avremo bisogno soprattutto di motivare un senso, un indirizzo, un destino. La politica come destino riprendeva tempo addietro Antonio Peduzzi da Karl Lowith. Ecco, appunto: la politica come destino non come potere.

martedì 23 agosto 2016

Franco Astengo: Inganni

I MAESTRI DELL’INGANNO di Franco Astengo Il senso di confusione sembra essere l’elemento prevalente di questa fase nel sistema politico italiano. L’opinione pubblica appare pressata da un governo che non è riuscito a fornire una minima risposta ai gravi problemi del Paese, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Dopo essersi insediato attraverso una manovra non legittimata (com’era già avvenuto in precedenza con i governi Monti e Letta) da alcun suffragio popolare, tramite l’acquisizione di un premio di maggioranza alla camera ottenuto dal PD grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale (e al voto all’estero) e l’appoggio di varie cordate di transfughi eletti in altri schieramenti, il governo Renzi (personaggio il cui unico riscontro derivante dal suffragio popolare risiede nelle primarie del PD dove ottenne 1.900.000 voti pari al 3,8% dell’intero corpo elettorale: il che significa che non è stato votato da ben oltre il 95% degli aventi diritto) ha impostato la propria attività sulla propaganda e il facile populismo. Populismo che ha retto per un breve periodo, grazie alla famosa mancia degli 80 euro che fornirono un rendimento notevole sul piano elettorale, anche se, alla fine, non va dimenticato che gli 11 milioni di voti ottenuti dal PD nelle elezioni europee del 2014 valevano soltanto il 22% dell’intero corpo elettorale. Il PD non fu votato, in quell’occasione dal 78% del totale degli aventi diritto. Questi dati, il 3,8% di Renzi, il 22% del PD diventano significativi allorquando si pretende, non tanto di governare un Paese attraverso una maggioranza, ma di spostarne addirittura l’asse costituzionale imponendo un regime di tipo plebiscitario – personale. In seguito la dura realtà dei fatti nel campo dell’economia, della politica estera, della politica riguardante i migranti ha fatto scemare rapidamente quell’effimero e presunto patrimonio elettorale, come si è constato in diverse tornate elettorali successive. Ciò nonostante questo governo ha imposto un imponente pacchetto di deformazioni della Costituzione Repubblicana, contenente norme tali da stravolgere l’impianto parlamentare voluto dall’Assemblea Costituente e ha fatto approvare, a colpi di voti di fiducia, una legge elettorale che ricalca i termini di quella precedente bocciata dalla Corte Costituzionale: Corte Costituzionale che, in seguito a ricorsi presentati da molti cittadini, riesaminerà la materia il prossimo 4 Ottobre. Nel frattempo le deformazioni costituzionali, non avendo ottenuto la maggioranza qualificata prevista in sede di approvazione definitiva da parte del Parlamento, saranno sottoposte a referendum popolare confermativo: referendum popolare confermativo per il quale, è bene ricordarlo, non è previsto alcun quorum di partecipazione come invece avviene nei casi di referendum abrogativo. Rispetto al referendum popolare confermativo c’è da ricordare ancora come, nonostante la Corte di Cassazione abbia già pronunciato in data 14 Agosto il proprio “via libera”, il Consiglio dei Ministri non abbia ancora fissato la data del voto. E’ stato sul referendum confermativo che si è scatenata la ridda della confusione. Il governo, o meglio il suo Presidente del Consiglio (in Italia non esiste né Premier, né Primo Ministro), aveva inizialmente messo in gioco, sull’esito referendario, non solo la prosecuzione dell’esperienza dell’esecutivo ma addirittura la propria personale “carriera” (molto tra virgolette) politica. Si è tentato anche di delegittimare in maniera molto pesante chi si è mosso per contrastare questa deriva organizzando i comitati del “NO”: gli strali si sono rivolti soprattutto verso l’Associazione dei Partigiani (partigiani veri o partigiani finiti), gli illustri costituzionalisti presenti nello schieramento del NO (parrucconi). Si è persino detto che votare NO avrebbe significato votare contro il Parlamento. Insomma: la previsione di un’apocalisse, ben alimentata anche da Confindustria e da alcuni giornali economici stranieri legati alla strategia liberista e di finanziarizzazione dell’economia (i promotori della “logica delle disuguaglianze”) che hanno tirato in ballo questioni legate all’andamento complessivo dell’economia (fin qui pessimo, con riforme tutte tese a favorire lo sfruttamento intensivo delle lavoratrici e dei lavoratori) e – addirittura – dell’assetto della disgraziata Unione Europea (messa a rischio dalla fuoriuscita decisa dai cittadini della Gran Bretagna). Proprio ieri, a questo proposito, si è svolta un’inaudita manifestazione propagandistica, davvero del tutto fuori senso, sia rispetto al luogo sia al riguardo del riferimento storico incautamente utilizzato. Intanto, però, il registro sembra essere cambiato: l’esito del referendum non mette più a rischio il governo (e soprattutto la “carriera”, sempre tra molte virgolette di Renzi), si cerca il dialogo sia con la minoranza PD, sia con l’ANPI proponendo dibattiti tra il “SI” e il “NO” come se si trattasse di una normale kermesse e cancellando (o meglio tentando di cancellare) tutto quanto di catastrofico era stato detto in precedenza. Tutto ciò nel solito stile arrogante, cercando di coniugare ricatto e mistificazione. Occorre chiarezza estrema per come questa vicenda si sta sviluppando ed è necessario che il NO della sinistra abbia piena consapevolezza dell’importanza della coerenza nel sostegno della propria posizione. Sulle colonne del “Fatto quotidiano” Alfiero Grandi ha messo tutti giustamente, in guardia, rispetto all’enormità delle pressioni cui sarà sottoposta, nei prossimi mesi, l’opinione pubblica e specificatamente quella parte orientata verso il “NO. In un’intervista al Corriere della Sera, invece, il presidente del Comitato per la Democrazia Costituzionale Alessandro Pace rigetta l’accusa di conservatorismo rivolta al campo del NO, smontando il presunto “riformismo” contenuto nella deforma e avanzando anche una serie di proposte tese al miglioramento dell’assetto istituzionale del Paese. Entrambi i testi, quello di Grandi e quello di Pace, pongono oggettivamente alle espressioni di sinistra presenti nel variegato fronte del “NO” una questione molto importante: quella di dotarsi di una precisa fisonomia politica, di evitare di apparire quasi come un’appendice di un regolamento di conti interno al PD (con le visioni di deleterio compromesso che già appaiono all’orizzonte a questo proposito) e soprattutto di svolgere una funzione di aggregazione e raccolta di consenso utile a favorire il successo dell’opzione contraria alla deformazione costituzionale in oggetto. E’ necessaria l’espressione di un “NO” a sinistra che insieme rappresenti l’opposizione a questo Regime, nel suo complesso, e l’alternativa possibile sul piano politico. La scienza e la coscienza (tanta) di cui dispone il fronte del NO va adoperata essenzialmente in funzione pedagogica perché le buone ragioni dell’opposizione siano diffuse in tutta la società attraverso un’opera di convincimento capillare dotando tutte le persone disponibili dei necessari strumenti di conoscenza della materia e dell’analisi del quadro politico dentro il quale questa vicenda s’inserisce. E’ il caso allora di ripensare alle roboanti affermazioni della “vocazione maggioritaria”, dell’ “Italia che cambia verso”, del nazionalismo sparso a piene mani, delle passeggiate con Marchionne, della fiducia posta a ogni piè sospinto per soffocare il dibattito parlamentare, dell’irrisione delle minoranze, della promozione del trasformismo, dei “salvataggi” delle banche di famiglia, delle nomine interne al “Giglio Magico”, della pretesa di attaccare la Costituzione nel senso indicato dai grandi finanzieri globali, e capiremo meglio la ragioni di costruire, da sinistra, una presenza importante del “NO” come pieno fatto politico, senza incertezze e concessioni e senza cadere nella trappola di una confusione inventata a bella posta da maestri dell’inganno.

Praga ’68: finisce la Primavera, inizia il lungo inverno | il Blog della Fondazione Nenni

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