mercoledì 18 aprile 2018

Franco Astengo: Alternanza/Alternativa

PARTITO DELL’ALTERNANZA / PARTITO DELL’ALTERNATIVA di Franco Astengo Nel sistema politico europeo il Labour Party britannico è sempre stato identificato come il “partito dell’alternanza”, in grado cioè – anche per via del sistema elettorale che a suo tempo (non oggi) favoriva il bipartitismo - di sostituire alternativamente i conservatori al governo dell’Union Jack: clamoroso fu il caso del 1945 quando i tories che avevano guidato il Paese alla vittoria furono sconfitti alle elezioni grazie essenzialmente al programma che il Labour aveva proposto sulla base del Piano Beveridge del “welfare state”. Da qualche tempo, almeno dal fallimento clamoroso del processo d’innovazione del partito che – a partire dagli anni ’90 del XX secolo quale frutto della ventata neo liberista del decennio precedente – era stata avanzata da Tony Blair e dal suo “entourage” questa capacità di alternanza sembrava essersi definitivamente appannata in quanto il Partito aveva imboccato la via di un inarrestabile declino, in coincidenza anche con profonde modificazioni dello stesso sistema politico britannico. Oggi la situazione sembra essersi ribaltata e il Partito Laburista ha ripreso impetuosamente a crescere, sia dal punto di vista elettorale, sia dal punto di vista della struttura di partito. Il fenomeno è stato avviato a partire dall’avvento alla segreteria di Jeremy Corbin e dall’assunzione di una linea più tradizionalmente inserita nei canoni della sinistra sia sul piano della visione complessiva (assunzione delle contraddizioni: pacifismo, femminismo) sia di un recupero della capacità di rappresentare con immediatezza la crescita enorme delle disuguaglianze sociali. “Le Monde Diplomatique” in edicola nel mese di Aprile dedica a questo vero e proprio fenomeno politico un’ampia analisi firmata da Allan Popelard e Paul Vannier. La lettura di questo testo pone interrogativi anche a chi pensa di poter ricostruire non un soggetto politico dell’alternanza, ma un soggetto politico dell’alternativa con riferimenti nazionali (nel “caso italiano”) e sovranazionali (la dimensione “europea” e assieme “internazionalista”). Non mi addentro nella distinzione tra alternanza e alternativa perché credo che i due termini risultino già sufficientemente esplicativi della diversità insita nella stessa terminologia al riguardo della rispettiva proposizione politica. Piuttosto tengo a precisare che, a mio giudizio, alcuni fondamentali elementi emersi nell’analisi delle ragioni per le quali il Labour ha ripreso un moto ascensionale nella propria presenza politica possono essere ben utilizzati, anche in Italia, per costruire quello che manca: un partito dell’alternativa, principiando da una ferma opposizione al quadro politico esistente. Si tratta di essere capaci di rappresentare l’opposizione politica ponendoci in diretto richiamo con le grandi contraddizioni sociali operanti (pesantemente per i ceti più deboli) nella società. Espongo quindi alcuni punti meritevoli di riflessione, con la premessa che tra partito dell’alternanza e partito dell’alternativa non coincidono alcuni elementi posti proprio nell’ipotesi di struttura di partito come, ad esempio, l’utilizzo di elezioni primarie per le cariche interne, in luogo a una conformazione maggiormente connotata da una presenza capillare espressiva di radicamento sociale come quella della rappresentanza di un articolato dibattito a livello territoriale e di specificità sociali (l’ipotesi cioè di una base di partito strutturata su di un modello di tipo consiliare). Andiamo per ordine: 1) La ripresa del Labour si basa essenzialmente, ma non solo, su di un mutamento radicale di posizione politica rispetto al blairismo assumendo, infatti, un quadro di riferimento tipicamente socialdemocratico di stampo tradunionista; 2) Esiste un recupero della struttura di partito con una ricerca della crescita di iscritti. Ciò avviene nonostante l’evoluzione nei rapporti politici (e sociali) dettata dall’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione e in presenza del già citato sistema britannico (primarie, collegi uninominali) che scoraggia la strutturazione di un partito a vantaggio di un assemblaggio di comitati elettorali; 3) Si muovono attorno e dentro al Labour soggetti di movimento come “Momentum” capaci – appunto – di intrecciare militanza diretta sul campo e utilizzo delle nuove tecnologie. Importante da questo punto di vista quanto emerso nella conferenza nazionale di “Momentum”: “Noi non siamo un think thank. Non produciamo relazioni. Quello che facciamo è assicurarci che la politica del Labour rifletta le aspirazioni dei suoi membri e non quelle dei tecnocrati”. 4) Si verifica un ritorno alla centralità del sindacato, nel quadro della già richiamata “rappresentanza diretta degli interessi sociali”. Da notare che nel Labour è ripresa la capacità del sindacato di interloquire direttamente con il gruppo parlamentare (all’interno del quale sono ancora molto forti i residui del “New Labour”). Anche questo punto rappresenta però uno specifico della tradizione britannica. 5) Si verifica un forte aggancio con la storia del movimento operaio. Tutti elementi che nel perseguire l’idea, necessaria e urgente, di ricostruzione di un partito dell’alternativa in Italia dovrebbero essere prese in maggiore considerazione evitando i tanti grovigli politicisti che sembrano frenare, all’indomani di un risultato elettorale complessivamente negativo, la possibilità di una riflessione d’ampio e propositivo respiro che appare invece indispensabile collocare fuori da recinti pre – determinati in questa nostra frantumata sinistra.

Il sentiero stretto del Quirinale

Il sentiero stretto del Quirinale

LA DIVERSITÀ SUBALTERNA DELLA SINISTRA | Walter Marossi - ArcipelagoMilano

LA DIVERSITÀ SUBALTERNA DELLA SINISTRA | Walter Marossi - ArcipelagoMilano

martedì 17 aprile 2018

Rapport sur les inegalites mondiales

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Paolo Bagnoli: Ma quando mail il Pd è stato "la sinistra"?

9 nonmollare quindicinale post azionista | 018 | 16 aprile 2018 _______________________________________________________________________________________ la biscondola ma quando mai il pd è stato “la sinistra”? paolo bagnoli Nell’ormai inflazionata pubblicistica sulle sorti del Pd dopo la gelata elettorale ricevuta si intrecciano, peraltro senza rilevanti livelli di maturità riflessiva, sostanzialmente due temi: le ragioni della crisi della sinistra e, molto più tiepidamente, l’assenza di un partito socialista proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Per quanto sia “la Repubblica” che “L’Espresso” abbiamo avuto il merito di lanciare la tematica, ci sembra, tuttavia che, fino a oggi, gli interventi scaldino uno stanco brodo incapace di produrre alcun sapore visto che è un errore culturale, talora sfidante l’onestà intellettuale, definire la crisi del Pd come la crisi della sinistra per il semplice motivo che il Pd non è mai stato di sinistra. Esso, anzi, è nato con volontà ultronica: ossia andare oltre la sinistra oramai data per morta, al pari del socialismo, in tutta l’Europa. Si tratta di un elemento non piccolo fuorviante la discussione che si vuole avviare. Il paniere delle delusioni raccolte non sintetizza una critica politica degna di questo nome; sono delusioni vere, ma ciò non è sufficiente per quel salto qualitativo che sarebbe necessario, ma che non vi può essere poiché il Pd è, ed è sempre stato, altro rispetto a ciò che storicamente si intende per sinistra. Quando, poi, si cerca di intrecciarlo con l’altro problema, il tutto diviene ancor più confuso essendo lapalissiano che non si può parlare della necessità – che c’è ed è bruciante – di un partito socialista se non si parla di socialismo e del suo portato storico, culturale e politico. Potremmo aggiungere che per creare un luogo socialista occorrono in primo luogo i socialisti e nessuno degli interpellati, sempre a ora, si dichiara tale: infatti, non lo è. Non solo, ma rilanciare l’ipotesi di costituzione di un soggetto socialista non può essere solo il richiamo nostalgico a esperienze passate; non significa, in altre parole, cercare di far rinascere il Psi, ma certo non si può prescindere da una riflessione seria su cosa ha rappresentato il Psi nella storia d’Italia evitando di soffermarsi più di quanto è dovuto sulla stagione craxiana e sulla sua amara fine. Con il Psi, infatti, se ne è andato quello che, al netto di tutte le esperienze vissute, è stato il vero e proprio partito della democrazia italiana. Il fatto, comunque, che da qualche parte – se pur timidamente – il problema venga posto è già significativo; è un segnale che, però, va colto nella sua specificità e non come succedaneo alla crisi del Pd che è questione di altra e diversa specificità. La storia della nostra lunga transizione ci dimostra che non c’è stata, né tantomeno c’è adesso, una forza capace di contrastare non solo le tendenze barbariche del capitalismo globalizzato, ma nemmeno la decadenza della democrazia politica democratica, altrimenti non ci troveremmo di fronte allo spettacolo odierno; uno spettacolo inquietante considerato che la scena è padroneggiata da una doppia trazione populisticodemagogica. Ossia, di un tarlo che sfarina dal di dentro lo Stato e la società, l’ordine politico e la coesione sociale in una complessiva decoazione del sistema repubblicano. Il rischio – visti anche i tentativi maldestri di cambiare la Costituzione – è di marciare anche noi verso quella che l’ideologo di Viktor Orban, Zoltàn Kovacs ha teorizzato come “democrazia illiberale”; per Kovacs, infatti, “la democrazia non è per forza liberale”. E’ un qualcosa su cui riflettere seriamente: se la democrazia non è la forma politica della libertà e delle libertà, cos’è? Cosa può essere? Un qualcosa che si chiama sempre democrazia di cui si nega, però, ogni nozione sociale e, quindi della società quale campo autonomo delle libertà e soggetto proprio della sovranità popolare; si spaccia, cioè, per democrazia in sistema affidatario confliggente con la concezione dello stato di diritto cui è strettamente connessa. L’Ungheria, a veder bene, non è poi tanto lontana poiché in Italia i 5Stelle,sostenendo che la democrazia rappresentativa è superata, si affidano addirittura ad una “piattaforma online” e il loro uomo di punta, invece di chiamarlo leader, preferiscono appellarlo “capo”, vale a dire comandante supremo cui, tramite la piattaforma, viene chiesto di affidarsi sulle ceneri, appunto, della democrazia rappresentativa. Basterebbe solo questo motivo per dare ragione del perché occorra un partito della democrazia fondato sui principi della giustizia sociale e delle libertà politiche e civili, cioè un partito socialista. Ma se ciò ha una validità su un piano generale lo ha, forse di più, su quello del “sociale” nel momento in cui le diseguaglianze aumentano e la 10 nonmollare quindicinale post azionista | 018 | 16 aprile 2018 _______________________________________________________________________________________ povertà si incrementa in un processo di disgregante atomizzazione sociale che lacera l’idea stessa di solidarietà – un’idea che non ha niente a che vedere con le pur non irrilevanti forme di carità in essere – poiché essa implica porre al centro della condizione collettiva l’uomo e non stancarsi nel tirare avanti quelli che nascono indietro. E lo ha, ancora, per rilanciare il valore della lotta e della mobilitazione sociale per non rimanere schiacciati dalla potenza dell’economia che privatisticamente insegue la propria ricchezza ricattando chi non può opporre niente e talora, prima del vivere, ha il problema del sopravvivere., Ecco perché servirebbe una forza socialista capace di compattare un blocco sociale e culturale ampio, quale centro promotore di un campo largo di una sinistra non solo socialista, poiché la lotta per la libertà e la giustizia è una battaglia di civiltà. Ed è di civiltà che il mondo di oggi ha principalmente bisogno.

Quella sinistra infastidita dai poveri - Senso Comune

Quella sinistra infastidita dai poveri - Senso Comune

Martins, Mélenchon e Iglesias: “Per una rivoluzione democratica in Europa” - micromega-online - micromega

Martins, Mélenchon e Iglesias: “Per una rivoluzione democratica in Europa” - micromega-online - micromega

Franco D'alfonso: Quattro punti di crisi

Chiosando il mio articolo sulla “ banda dei quattro bari” e la pars destruens di una politica antisistema, Elio Veltri ha scritto : Caro Franco, nessun progetto e nessun contenuto. La battaglia fondamentale è diventata quella sui vitalizi (190 milioni di euro) presenti in tutte le democrazie europee, senza che ne parli o siano oggetto di scontro politico, mentre nessuno ha parlato di Mafia( 200 miliardi di Pil), di evasione fiscale( oltre 150 miliardi) di esportazione di capitali( 30 per cento dell'evasione ), di riciclaggio( 10-12 per cento del pil) di corruzione( 100 miliardi). La progressività del sistema fiscale previsto dalla costituzione viene sovvertito con una tassa uguale per tutti. I morti sul lavoro aumentano.” La pars (re)costruens della politica deve inevitabilmente partire dai fondamentali, dall’individuare i punti dolenti del nostro sistema, condizione preliminare per poter discutere delle soluzioni e non di una ripetizione della partita sostituendo semplicemente la “banda dei quattro bari” con giocatori di tressette con il morto. Il primo è quello che ha indicato Elio Veltri : la dimensione del sistema economico e sociale che vive al di fuori dalle regole è tale da mettere in discussione il primato della legge e dei principi del contratto sociale che è alla base della democrazia occidentale. Le serie televisive su Pablo Escobar o Gomorra sembra abbiano rassicurato le coscienze civili, facendo credere che il male avesse l’aspetto grottesco e tragico di criminali facilmente individuabili che vivono in regni dell’orrore che sì ci minacciano, ma al di là di un immaginario confine presidiabile da uomini puri, che cacceranno i politici corrotti e difenderanno le nostre case ed il nostro benessere. Dopo aver massacrato giustamente i partiti ed il sistema politico della Seconda Repubblica per non aver saputo difendersi dalle infiltrazioni della criminalità, per l’uso della giustizia a fini di lotta politica e soprattutto per non aver saputo ripristinare una etica pubblica e privata, improvvisamente il tema è sparito da tutti i tavoli. Nessuno che si chieda questa volta per chi abbia “votato” la criminalità organizzata, cosa stia succedendo in questa lunga vacanza della guida politica del Paese, chi e cosa guidi l’azione di apparati e strutture che muovono interessi e capitali di dimensioni tali che ormai solo pochi Stati al mondo sono in grado di contrastare. E’ stato semplicemente rimosso il fatto che tra le ragioni principali della perdita di ruolo dei paesi dell’Europa del Sud, dalla derelitta Grecia per arrivare all’Italia protetta finora dal “too big to fail”, c’è proprio la dimensione dell’economia incontrollata, diventata una minaccia per la stabilità stessa delle Istituzioni europee e mondiali, già alle prese con l’impossibilità sempre più palese di affrontare gli effetti della globalizzazione e delle crisi di nuovo tipo del nuovo millennio. Questa considerazione ci porta al secondo punto critico, che riguarda direttamente il funzionamento della nostra democrazia. Il fallimento della riforma costituzionale peraltro ignota al 99,9 % degli italiani, comunque la si voglia giudicare, ha determinato una sorta di effetto-placebo sul tema, come se lo scampato pericolo avesse risolto ogni cosa. Il problema è che siamo in piena emergenza democratica. Le istituzioni della Repubblica che non funzionano sono ormai troppe : sono in crisi gli organi di Governo e Parlamento, protetti ormai da quasi dieci anni esclusivamente dalla Presidenza della Repubblica; gli enti locali e le relative classi dirigenti sono stremati da un decennio di abbandono ed anche quelli che restano il primo e ultimo baluardo della gestione democratica, i Comuni ed i sindaci, cedono in molte parti del territorio e non solo al Sud. La perdita di prestigio della Banca d’Italia, schermata finora dalla Bce di Draghi in scadenza, unita a quella della Magistratura e perfino della Corte Costituzionale ha fatto venir meno quella funzione di riserva e supplenza che, comunque la si voglia giudicare, fu garantita nel passaggio fra la Prima e la Seconda Repubblica . La vera emergenza, di nuovo, è quella legata a partiti e politica: la crisi del sistema dei partiti del 92-94 non è stata risolta e venticinque anni dopo ci troviamo con il primo partito in Parlamento che ha realizzato e non solo teorizzato la manipolazione del consenso attraverso il web, non ha bisogno di alcuna Cambridge Analytica per avere i dati per vincere le elezioni perché Casaleggio ed associati è Cambridge Analytica che ha preso direttamente il potere. Né gli altri partiti e liste sono in condizioni migliori : Berlusconi ora sembra in difficoltà e sorpassato dai giovani rampanti, ma il primo caso di costruzione di un partito personale attraverso i media è Forza Italia, che è stato modello per tutti i tentativi, riusciti o meno, della Seconda Repubblica. Lo è stato anche per il Pd, che è arrivato alla compilazione delle liste dei fedelissimi nella notte del Nazareno partendo dall’imposizione al Mugello del candidato Di Pietro fresco di abbandono della toga passando per affinamenti successivi alle liste bloccate per arrivare alle nomine più o meno dirette di parlamentari totalmente privi di rapporti con il territorio che non sa nemmeno di averli eletti. Il terzo punto critico è quello demografico. Sappiamo tutti che da tempo la differenza nati-morti è negativa nonostante la presenza degli immigrati, che la piramide delle classi di età si è rovesciata con il passaggio dei “baby boomers” nella classe più anziana ed il dimezzamento del numero di giovani . Non è ignoto il fatto che il sistema pensionistico basato sul pagamento delle pensioni con i contributi dei lavoratori è definitivamente saltato e che la legge Fornero, la Dini e le altre intervenute in questi anni, sono tentativi più o meno positivi di aggiustare un meccanismo che non funziona più intrinsecamente e che costa alla fiscalità generale 110 miliardi su poco più di 330 mldi di pensioni pagate, un terzo del totale. Ed è altrettanto noto che nei prossimi anni gli studenti della scuola dell’obbligo diminuiranno di 500 mila rispetto agli attuali 8 milioni, comprensivi già oggi di 820 mila cittadini stranieri (nonostante siano per oltre il 60% nati in Italia) . Si continua a discutere come se il tema fosse una manutenzione del sistema, magari eliminando gli “abusivi” immigrati che “sfruttano” il nostro welfare, quando la drammatica ed irrisolta domanda è come potrà mai funzionare il nostro sistema produttivo nei prossimi dieci anni, quando verranno a mancare fisicamente cinque milioni di lavoratori attivi e la popolazione inattiva aumenterà di almeno sette milioni. Per qualcuno la soluzione è quella digitale, l’industria 4.0 che sostituisce il lavoro umano con la tecnologia, introducendo con questo il quarto punto di crisi del sistema . Senza essere la reincarnazione di John Ludd nel Duemila, si deve chiarire che i posti di lavoro distrutti da Amazon e compagnia non saranno mai, in alcun modo, compensati, dalle nuove professionalità necessarie. E senza essere raffinati macroeconomisti, è necessario porsi il problema di come sostituire i redditi di lavoro persi con altre forme di disponibilità di risorse, prima di doversi chiedere con angoscia a chi mai potremo vendere i magnifici prodotti 4.0 che le fabbriche senza operai produrranno nei prossimi anni.. Chi vuole candidarsi ad un ruolo politico ora deve guardare dritto in questi quattro “buchi neri” che, se non “illuminati” da idee, ipotesi, soluzioni, rischiano di far sparire anche il ricordo della nostra civiltà. Franco D’Alfonso

lunedì 16 aprile 2018

Jeremy Corbyn: Per mettere fine all’agonia della Siria serve la diplomazia, non le bombe – L'Argine

Jeremy Corbyn: Per mettere fine all’agonia della Siria serve la diplomazia, non le bombe – L'Argine

Understanding the Italian vote: a matter of policy agendas » EuVisions

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Hungary And The Purgatory of Socialists

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Il reddito di cittadinanza è un diritto naturale? | Economia e Politica

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What’s left? Italian movements after the triumph of the Five Star Movement | Red Pepper

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L’INFAUSTO DESTINO DEL PD - GLI STATI GENERALI

L’INFAUSTO DESTINO DEL PD - GLI STATI GENERALI

venerdì 13 aprile 2018

Franco D'Alfonso: Il latinorum politico

Da Affari italiani Affrontare una situazione nuova con rituali politici vecchi non porterà lontano. Si è votato con un sistema proporzionale, pasticciato fin che si vuole ma tale nella sua essenza, avendo condotto una campagna elettorale con toni da maggioritario, pur sapendo perfettamente che nessuno avrebbe vinto le elezioni. Una vera e propria truffa ai danni degli elettori consapevolmente ordita dalla “banda dei quattro” composta da Renzi, Di Maio, Berlusconi e Salvini che come i ladri di Pisa litigavano di giorno per mettersi d’accordo di notte sull’escludere tutti gli altri dalla partita del potere, avere un Parlamento nel quale di fatto ciascuno di loro ha nominato i propri ed una campagna elettorale apparentemente low cost, limitata alla tv dei talk show ed alla rete dove l’accesso era riservato al quartetto ed ai propri sodali stretti . Era stato pianificato il colpo finale al sistema dei partiti-comunità che si sono trovati privi di qualsiasi agibilità politica che non fosse filtrata da uno dei quattro giocatori che si passavano il mazzo di carte fra loro da Vespa alla Gruber con scappatelle dalla D’Urso o dalla Berlinguer. La pars detruens è perfettamente riuscita: nessuna forma di vita politica al di fuori dei cerchi e gigli più o meno magici, dialettica in corso dalla quale sono scomparse tanto le proposte ragionate quanto quelle più o meno cialtrone sulle quali si è giocata la campagna elettorale: del resto, tutti si sono già dimenticati de il manifesto elettorale che al Sud diceva “780 euro al mese reddito cittadinanza – Vota 5stelle” o della risposta di Berlusconi sulla fattibilità della flat tax al 15 % : “ ma sa chi sono io e cosa ho fatto nella mia vita? “. L’attenzione generale è stata subito concentrata sul gioco dei quattro cantoni con in palio le Presidenze dei due rami del Parlamento e quella del Consiglio, in un clima da “qui si lavora, non si fa politica” che ha escluso a priori qualsiasi analisi o dibattito sul voto o sulle ragioni di alleanze e convergenze sempre più simili a quelle che avvengono nelle assemblee societarie contendibili stile Telecom o Banca Carige. La “grattatio capitis” è però cominciata subito dopo perché la “banda” non è composta da quattro giocatori normali, ma da bari (politici) professionali. Ciascuno aveva pensato alle mosse nel giro postelettorale con le carte che avevano previsto l’uno per l’altro : Renzi con il Pd disarticolato ma con il controllo completo degli eletti e la definitiva distruzione della sinistra di tutte le gradazioni; Di Maio con una moltitudine di ignoti parlamentari tendenzialmente di famiglia numerosa che assicurasse almeno venti clic alle “parlamentarie” ed i pieni poteri al “capo politico” passato da Beppe Grillo al Marchese del Grillo ( “io so’ io e voi un siete un c..”) ; Berlusconi con la sua scorta di avvocati difensori e sciurazze botulinizzate a fargli da corte al centro di ogni trattativa e gioco possibile; Salvini con una truppa di parlamentari proveniente dal Centro Nord caduto in suo controllo e da qualche nuova “colonia” delle Due Sicilie, che gli permettesse di essere ad un passo dal controllo del centrodestra facendo fare al vecchio Cavaliere il suo ultimo giro essendo ancora di mazzo. L’imprevedibile in politica è dietro l’angolo ed il successo di proporzioni sorprendenti porta 5stelle ad eleggere più parlamentari che candidati, costringendo Di Maio a giocare quasi una partita secca sul suo nome per impedire che il centinaio di sconosciuti che popolano i suoi gruppi parlamentari comincino a destabilizzare il sistema dell’ “Uno vale tutti” brillantemente imposto/ato dalla Casaleggio e C. . Parallelamente il sorpasso in tromba di Salvini nel centrodestra lo costringe a giocare troppo in fretta e nello stesso tempo la partita per la leadership del centrodestra e del Governo ed a tenere in vita (politica) il Cavaliere Stanco, scegliendogli perfino la badante (politica) al Senato mentre lo stesso è impegnato a licenziare su due piedi Belpietro e Del Debbio, rei di aver spostato voti alla Lega esagerando con i loro lungometraggi su “L’invasione degli immigrati” su Retequattro. Questo scenario può perfino sembrare divertente per gli osservatori esterni : Renzi che teorizza l’immobilità come stile di vita è come vedere Trimalcione elogiare le proprietà delle cene a base di infuso di erbe aromatiche, così come lo sfoggio a tutte le ore di vestiti da prima Comunione da parte di un Di Maio in lotta costante con la consecutio temporis sono oro puro per i comici ancora non “scesi in campo”. Peccato per la politica, che continua ad essere malata o assente. Franco D’Alfonso

Disuguaglianze e immigrazione spiegano il voto di marzo | A.Del Monte, S.Moccia e L.Pennacchio

Disuguaglianze e immigrazione spiegano il voto di marzo | A.Del Monte, S.Moccia e L.Pennacchio

Il modello Milano. O si fa sistema o non esiste – MuMe

Il modello Milano. O si fa sistema o non esiste – MuMe

mercoledì 11 aprile 2018

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy - micromega-online - micromega

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy - micromega-online - micromega

Gim Cassano: A proposito di libertà, democrazia, uguaglianza

A PROPOSITO DI LIBERTA’, DEMOCRAZIA, EGUAGLIANZA. dopo un lunghissimo silenzio, del quale mi sento colpevole e scuso, sento il dovere di esprimere qualche opinione su quanto va avvenendo. E vorrei partire proprio da quando mi ero reso conto della sostanziale impossibilità (ma forse non inutilità) di tenere in piedi iniziative come quella di “21 Giugno”. Non si trattava solo della antica questione di una Sinistra litigiosa, nella quale ognuno era fermamente determinato a coltivare il proprio orticello asfittico, senza rendersi conto che nel frattempo il clima generale (non solo quello italiano) li stava disseccando tutti. Si trattava invece di una ragione più di fondo, forse allora non ben chiara, ma che oggi mi appare evidente: ed è quella del progressivo venir meno della capacità della Sinistra di esprimere contenuti e metodi di lotta politica adeguati alla nuova realtà del Paese, avendo dimenticato che la lotta politica va costruita prima di tutto nella società. Venuti meno alle forze di sinistra i tradizionali riferimenti contadini e delle grosse concentrazioni operaie, sia per effetto dei mutamenti della struttura produttiva, che per la percezione da parte di questi di una grande distanza dai comportamenti e metodi delle forze che si definivano di sinistra; non avendo saputo queste interpretare e dar voce a nuove forme di disagio sociale che non coincidono più con le antiche divisioni di classe, interessando masse di precari non sindacalizzati, giovani diplomati e laureati, lower middle-class impoverita, anziani; sono così venute meno, nel Nord laico ed in quello bianco, nel Centro-Nord rosso, nel Sud altalenante, le condizioni del radicamento sociale della Sinistra. Il tutto è stato accelerato ed aggravato dai due equivoci che hanno caratterizzato la politica italiana degli ultimi 25 anni: quello che il partito berlusconiano potesse svolgere le funzioni di un moderno partito liberal-conservatore; e, fatto ancor più grave ancora per la storia che ci riguarda, quello che un partito sorto dagli eredi del partito conservatore per eccellenza e dagli eredi del maggiore e più combattivo partito comunista d’occidente potesse trovare la propria unità nello svolgere le funzioni di un moderno partito socialista, anziché in quella di un riformismo rinunciatario. Non a torto, l’alternanza al governo tra i due blocchi non è mai stata percepita come tale e come portatrice di mutamenti di indirizzo reali. Si è visto come la realtà sia stata ben diversa dai proclami, e come la destra abbia prosperato, aggravandolo, sul degrado morale della Repubblica, e come essa non abbia mai superato i riferimenti a matrici che sono, nelle sue varie componenti, quella postfascista, quella del populismo xenofobo, quella di un populismo tecnocratico, tuttora in essa presenti. E come il Partito Democratico, tenuto insieme dalle necessità elettorali, si sia adeguato ad un’agenda politica dettata dalla destra anche quando esso fu al governo, addivenendo con questa ad intese dettate dall’intenzione di circoscrivere la rappresentanza popolare ed il potere politico all’uno o all’altro dei due blocchi; come abbia dismesso ogni velleità di reale riformismo, dando forma giuridica alla precarizzazione ed alla marginalità del lavoro già emerse dalla crisi economica degli ultimi anni; e come abbia rinunziato ad un qualsivoglia ruolo attivo in Europa. La sguaiataggine renziana ha fatto il resto, limitando discussione e democrazia interna al cerchio magico dei propri fedeli. Non c’è quindi da stupirsi se il Partito Democratico, dismessa ogni capacità e velleità di reale riformismo, sia stato visto come una delle espressioni dell’establishment tecnocratico, anche dal proprio tradizionale elettorato, che difatti lo ha abbandonato in massa, per volgersi, in assenza di reali alternative, ai populismi della Lega al Nord e dei 5 Stelle al Sud. In maniera non molto dissimile, nello scorso ventennio l’Europa ha visto il degrado ed il declino delle forze socialiste e progressiste, la virtuale scomparsa dei liberali, sostituiti (ma solo nelle concezioni economiche) dall’acquiescenza dei governi a visioni liberiste e tecnocratiche, il rafforzarsi delle oligarchie, il progredire delle diseguaglianze, il declino della vita democratica, insieme all’emergere del populismo xenofobo e nazionalista. Questo, anzi, è diventato forza dominante nella gran parte dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e di quelli emersi dalla disgregazione dell’URSS e della Jugoslavia, governati da forze di destra dichiaratamente ispirate al nazionalismo etnico ed alle concezioni autoritarie che ne segnarono il carattere negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale. Ed ancora, un percorso simile è oggi evidente negli Stati Uniti, dove la schizofrenia di Trump mescola il più assoluto liberismo e l’esaltazione delle diseguaglianze all’interno con il protezionismo e l’avventurismo all’esterno, in un mix nazional-popolare che tende a disattivare gli anticorpi non istituzionali che hanno consentito agli USA, per gran parte della loro storia, di preservare la democrazia pur in presenza dei fortissimi poteri del Presidente. Tornando all’Italia ed alle forze che si sono collocate alla sinistra del PD, i consueti esperimenti elettorali, privi dell’idea di fondo di una Sinistra unita, larga, alternativa, e capace di parlare in termini comprensibili al Paese più che ai propri adepti, hanno avuto gli esiti che, al di là di intenzioni e meriti, sono sotto gli occhi di tutti: oggi, in Italia, non esiste più una sinistra, e l’autodefinirsi del Partito Democratico come centrosinistra è una pura finzione autoconsolatoria ed autoassolvente. Così, dopo ogni sconfitta, ci si ritrova a registrare per l’ennesima volta “la più grave sconfitta della Sinistra nella storia della Repubblica”, ed a riconsolarsi con l’affermazione che la consapevolezza di dover “ripartire da zero” sarebbe già un buon inizio. Altri affermano che manca un leader, una figura, o anche un gruppo, di riferimento che possa fungere da centro di attrazione per un’ipotetica ripartenza. Francamente, mi sembrano falsi problemi. Ritengo che invece da troppo tempo, si sia quanto meno affievolita la capacità complessiva della Sinistra, nelle sue diverse componenti, di interpretare il tempo in cui viviamo. E, di conseguenza, la capacità di contrapporsi adeguatamente, in maniera comprensibile e convincente, alla cultura tecnocratica che, oggi come ieri, è l’ideologia dei ceti dominanti. E’ mancata la capacità di interpretare le trasformazioni che hanno caratterizzato il passaggio alla fase postindustriale e di dare quindi, sia sul piano della cultura politica, che su quello dell’organizzazione delle forze e dei movimenti, risposte adeguate a contrastarne gli effetti in termini di illibertà, di crisi della democrazia, di crescenti diseguaglianze. Pur non essendo messe in discussione, almeno in via di principio, le libertà individuali, i fondamenti di una società aperta sono svuotati, in nome della libertà economica dei pochi, dalle crescenti insicurezze e precarietà dei più, che vanificano libertà di scelte, di comportamenti, mobilità sociale, facendo venir meno l’illusione liberale della parità delle condizioni di partenza. La piramide sociale si allarga alla base e si restringe al vertice, e viene a costituire un monte sulle cui pendici è sempre più difficile salire e sempre più facile scivolar giù, ma sul cui vertice, per chi già vi sia, è facile permanere. L’impotenza dei più nei confronti delle concentrazioni di potere economico e politico che monopolizzano senza alcun sostanziale controllo informazioni, conoscenze, e decisioni che la presunzione di libertà di mercato colloca nella sfera del diritto privato, pur avendo rilevanza pubblica e generale, intacca anche le libertà sociali e le premesse della democrazia. Si arriva così a quel funzionamento monco della democrazia che Crouch ha battezzato postdemocrazia e, come è avvenuto in Italia, quando regole e forme istituzionali esistenti confliggano troppo apertamente con le necessità delle oligarchie tecnocratiche, all’esplicito mutamento di queste. Premesso che nessuna società umana potrà mai essere né perfettamente libera né perfettamente egualitaria (e che, oltre che confliggere tra loro, nessuna di queste condizioni è auspicabile), e premesso che la democrazia perfetta è un’utopia, quello che differenzia una società aperta da una società chiusa è la presenza o meno di processi dinamici e conflittuali tali da sostenere, rafforzare ed estendere libertà, democrazia, eguaglianza. Lo sviluppo dei concetti di libertà, democrazia, eguaglianza, che aveva accompagnato l’evoluzione delle società occidentali nei circa 200 anni seguiti all’avvio della Rivoluzione Industriale, si è invece da qualche decennio invertito, per dar luogo ad una società che tende ad essere progressivamente meno libera, meno democratica, più classista, più rassegnata alla subalternità. E, in una spirale che si autoalimenta, tutto ciò è insieme causa ed effetto delle diseguaglianze crescenti che dalla sfera economica si trasferiscono a quella sociale e dei diritti fondamentali. A ciò si sono accompagnate trasformazioni dell’organizzazione produttiva del capitalismo e delle strutture politiche che hanno indebolito lr capacità di difesa e di autoorganizzazione del lavoro ed incrementato quelle di un capitale che, da industriale, è diventato finanziario e speculativo, quando non del tutto virtuale ed alchemico: swaps, derivati, derivati di derivati, bitcoins, sono la pietra filosofale del XXI° secolo. Il lavoro è legato alle persone, ai luoghi della loro vita, alle loro tradizioni ed esperienze; il capitale è anonimo, capace, quasi senza vincoli, di trasferirsi ove sia ritenuto opportuno. I fenomeni di globalizzazione e delocalizzazione, pur non rappresentando un’invenzione del finire del secolo scorso (basti ricordare la struttura economico-finanziaria dell’Impero Britannico) hanno assunto oggi dimensioni e rapidità sconosciute nell’età industriale, determinando un nuovo colonialismo che si fonda non più sul controllo militare e politico, ma sui rapporti economici e sui cross-rates tra lavoro, materie prime, prodotti industriali, finanza. Gli slums del XXI° secolo si sono trasferiti dalle periferie delle città dell’occidente industrializzato alle megalopoli cinesi ed orientali, alle maquiladoras messicane, ai complessi minerari del Terzo Mondo. Di fronte a questo, non solo le organizzazioni sindacali, ma anche gli stati, sono sostanzialmente impotenti. E le poche istituzioni sovranazionali esistenti sono più espressione delle oligarchie tecnocratiche che delle volontà politiche espresse dai Parlamenti, creando, come avviene in Europa, barriere sovranazionali a protezione dell’establishment finanziario. Così, gli effetti della crisi economica dell’ultimo decennio non hanno fatto che aggravare questa situazione, in Italia e nel resto del mondo. Il peso della crisi non è stato condiviso, ma è stato pagato principalmente da chi già in partenza meno aveva e meno contava, sia che si tratti di gruppi sociali, che di interi Paesi. E, pur se si vanno ad osservare quei Paesi che da poco sono usciti da condizioni coloniali di secolare povertà e sottosviluppo e che sono in testa agli indici di crescita del PIL, si osserva che il più delle volte il loro sviluppo si accompagna al monopolio del potere e delle risorse da parte di nuove oligarchie, al dilagare di disparità sociali ed economiche, di carenza di libertà e di diritti, di democrazia simulata se non formalmente impedita che hanno pochi precedenti e determinano le condizioni per cui l’outsourcing internazionale trovi la sua convenienza. Ho accennato sommariamente ad alcuni aspetti del nuovo capitalismo, che lo rendono profondamente diverso dai modelli coi quali le forze di sinistra erano abituate a fare i conti, fiduciose che la base operaia non sarebbe mai venuta meno. Così non è stato, ed oggi manca un pensiero culturale e politico in grado di interpretare questi fenomeni e di darvi spiegazioni comprensibili e traducibili in lotta politica. Checchè si dica delle ideologie e della loro morte, occorre oggi costruire un pensiero che, tenendo criticamente conto della modernità, sia in grado di contrapporsi all’ideologia dominante, più che mai viva ed operante nei suoi caratteri tecnocratici, illiberali ma ammantati di liberismo di convenienza, antidemocratici. La questione se la spirale reciproca tra fenomeni distinti sul piano della scienza politica e dell’analisi sociologica, ma riconducibili tutti ad una comune origine storica ed economica, quali il contrarsi dei margini di libertà effettiva per i più, il degrado giuridico e fattuale del funzionamento della democrazia, il progressivo approfondirsi delle diseguaglianze economiche e sociali, sia da considerare come un elemento strutturale ed ineliminabile della società postindustriale, o ne rappresenti una degenerazione, forse correggibile con azioni politiche opportune, rappresenta il punto nodale del ragionamento che una sinistra moderna dovrebbe fare. Ove si concluda per la seconda tesi, per la quale personalmente propendo, occorre però aver chiaro come la spirale non possa esser interrotta o corretta per via di un riformismo subordinato a logiche tecnocratiche, né con la messianica fiducia in un futuro migliore. Non si tratta di andare alla ricerca di aspiranti leader, né di abborracciare ennesimi e perdenti tentativi politici, quanto di tener vivi confronti e collegamenti culturali, discussione ed approfondimento complessivo su quanto va avvenendo in Italia, in Europa, nel mondo, evitando di ritirarsi nei confini di un pensiero puramente teorico o nella ricerca di una nuova escatologia della sinistra, e cercando di tenere i piedi nelle realtà concrete. E sarebbe utile, a partire da queste, accompagnare e seguire quanto avviene nella politica e nei brandelli sparsi della sinistra, sviluppando ove possibile i collegamenti con movimenti ed iniziative politiche, organizzative, culturali, conformi a queste valutazioni. Ovviamente, non credo vi siano ricette pronte, e men che mai io ne ho. Arrivati a questo punto, ritengo che al “Network per il Soialismo Europeo” vada riconosciuta la capacità ed merito di aver tenuto vive discussioni e rapporti che vanno nel senso che sopra è stato indicato, e che questa esperienza vada il più possibile condivisa ed allargata. Gim Cassano, 10-04-2018

Debito pubblico, una questione di interessi | Economia e Politica

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Carlo Galli: La sinistra e la speranza – Ragioni politiche

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D'Alema: "Il voto italiano è il punto di rottura della crisi europea" - nuovAtlantide.org

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Sinistra Anno Zero. Il discorso di Giuseppe Provenzano – L'Argine

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What’s Been Stopping the Left? by Dani Rodrik - Project Syndicate

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Ungheria, cosa c'è dietro il plebiscito per il populista Orban - Lettera43.it

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TOCCATE TUTTO MA NON ATM | Dario Balotta - ArcipelagoMilano

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sabato 7 aprile 2018

Paolo Zinna: Il partito dell'establishment e gli outsiders

Cari compagni, vi propongo un abbozzo di interpretazione del recente passato – sperando che possa aiutarci a individuare la strada per agire sul futuro. In questi giorni, prima e durante le consultazioni, il palcoscenico pare occupato soltanto dalle due forze “non tradizionali” della politica italiana: Lega e Cinque stelle. Qualche commentatore si spinge a prevedere un bipolarismo futuro fra di loro, ciascuna cementata dal consenso di una metà del paese (il Nord e il Sud) e votata da ceti sociali piuttosto diversi. Non credo a questa visione. Essa presupporrebbe la scomparsa dell’area politica centrista, “responsabile”, conservatrice nei fatti, che ha governato la seconda repubblica. Passati alcuni anni, infatti, possiamo chiederci: ma i governi dell’Ulivo e dell’Unione, di Forza Italia e del PdL, al di là delle ovvie e vistose differenze, al di là delle roboanti affermazioni programmatiche, non avevano forse qualcosa di comune? La lotta contro il debito, la tassa per l’Europa, la spending review, la riduzione delle tasse sempre promessa e mai fatta, le “maggiori entrate dalla lotta all’evasione” che non si sono mai concretizzate, tutto questo suona familiare. A distanza di qualche anno, riesce difficile attribuire questa o quella affermazione a Gianni o a Enrico Letta, a Prodi o a Frattini, a Vincenzo o a Ignazio Visco, a Draghi o a Tremonti. Non parliamo poi della politica estera. Alla superficie, dunque, molto teatro: Berlusconi e le olgettine, Bertinotti e Turigliatto, Sgarbi e Previti e Vendola, la società civile e i girotondi. Sotto, l’eterno mondo di “grand commis” e banchieri e finanzieri, coi suoi nomi simbolo che attraversano i decenni: Bazoli e Guzzetti, per esempio, Bassanini e Chicco Testa, Cosimo Maria Ferri e Gianni De Gennaro …. E politici perfettamente integrati e adottati: Giuliano Amato e Giorgio Napolitano, per citare solo due nomi. La seconda Repubblica è stata governata da un ceto politico economico ben insediato nei gangli del potere, attraversato sì da lotte interne, forse più vistose che reali, ma poi incapace, sia nella variante “di centrodestra” che in quella “di centrosinistra” di realizzare vere riforme radicali. Qui forse risiede una delle spiegazioni del nostro sviluppo interrotto, dello svantaggio in termini di crescita economica rispetto a partners europei molto più dinamici (Germania). E forse questa gestione conservatrice e soporifera, almeno in economia ha radici ben più lontane nel tempo, fin negli anni ’70. Che io ricordi, l’ultimo gesto innovativo, “di rottura”, venuto dall’alto, fu l’accordo sul punto unico di contingenza, firmato da Agnelli - ma è del 1975. Sia in economia che in politica la persistente immutabilità della banchisa ha favorito l’emergere di alcuni outsiders, forti personalità che hanno combattuto per imporsi come “dominus” del sistema, partendo dall’esterno. Fra di loro ci sono state figure molto diverse ed anche episodi di scontri diretti. Però, ad una considerazione attenta, Mario Schimberni, Bettino Craxi, Raoul Gardini, Carlo De Benedetti, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi mostrano parecchie caratteristiche comuni. Sia chiaro che, nella loro contrapposizione all’establishment, non vedo eroi del bene né cavalieri bianchi contri i draghi del conservatorismo. Per quel che mi riguarda, nel mio piccolo, in politica li ho sempre considerati rimedi peggiori del male e quindi avversari da contrastare. Sarebbe miope però non coglierne la carica di innovazione e non vedere i bisogni della società che ne hanno favorito la carriera. Ciascuno di loro portava elementi nuovi, spesso importati da paesi più avanzati: il concetto di public company, la comprensione della società postindustriale, la necessità di dimensioni adeguate, in industria, per competere su scala mondiale, la proiezione economica in ambito almeno europeo, la centralità dell’informazione nell’economia globale, la presa d’atto dell’indebolirsi, in politica, dei corpi intermedi. Tutti questi sono salti concettuali indissolubilmente legati ai nomi che ho citato. Guardando all’indietro, chi li contrastava ci appare rappresentare il passato - si tratta magari di figure moralmente molto più stimabili, ma irrimediabilmente superate. Significativamente, molti degli outsiders hanno sentito il bisogno di proporre al paese innovazioni istituzionali: la “grande riforma” ed i due referendum di modifica della Costituzione, tutte proposte volte a rafforzare l’esecutivo per assicurare la governabilità - e il paese le ha sempre rifiutate. Naturalmente, anche altri aspetti collegano fra loro questi outsiders: forte determinazione, prepotenza e arroganza, autoritarismo, antipatia personale, tendenza a circondarsi di yes men (di “nani e ballerine” direbbe Rino Formica). Una assoluta indifferenza verso le regole, scritte o non scritte, dell’ambiente, che spesso ha travalicato nell’illegalità più o meno patente. Tutte le loro vicende, in ogni caso, si sono scontrate con la resistenza dell’establishment che, unito in un riflesso di difesa, li ha combattuti fin dall’inizio, fino ad averne ragione, in tutto o in parte. Nessuno, alla fine, ha raggiunto il suo obbiettivo: chi suicida, chi morto all’estero, chi ridimensionato e in gravi difficoltà economiche. In fondo Berlusconi e Renzi sono quelli che ne sono usciti meglio, ma l’ambizione di essere il “dominus” del paese ormai anche per loro è dietro le spalle. In sintesi: la palude ci soffoca, gli outsiders falliscono (ed io dico: per fortuna) – quale percorso porterà il paese fuori dal declino? (somma di due testi pubblicati su FB).

Franco Astengo: La questione del lavoro

LA QUESTIONE DEL LAVORO SEGNO DELLA DECADENZA POLITICA E MORALE di Franco Astengo “Articolo 1 L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Mentre si discute astrattamente della formazione di un nuovo governo seguendo esclusivamente la logica del potere nessuno (o quasi) riflette sulla decadenza del Paese: una decadenza stretta tra deficit politico e perdita morale che si verifica nello smarrimento totale di quelle coordinate di fondo che avevano permesso all’Italia di uscire dalla tragedia della seconda guerra mondiale elaborando una nuova Costituzione e ricostruendosi dalle macerie materiali e morali. L’intreccio tra politica e morale era stato stabilito nel testo dell’articolo 1 della Carta fondamentale: era il legame tra lavoro e democrazia che connotava, appunto nell’espressione di quel testo, le nostre aspirazioni migliori. Oggi la memoria di quell’intreccio appare completamente perduta e si trova ormai straordinariamente lontana dalle culture della politica. E’ questo il punto decisivo attorno al quale sono state smarrite identità e idee: uno smarrimento che costituisce la grande responsabilità delle forze politiche che si sono fatte sopraffare dalle logiche del “pensiero unico” e della vanità personalistica, fino ad arrivare a una campagna elettorale come quella recente dove il dominio dell’affabulazione meramente retorica ha toccato estremi tali da rendere pressoché impossibile un recupero di credibilità del sistema. Esistono indicatori estremamente esemplificativi che rendono quest’affermazione concreta e che segnano appunto un quadro di vera e propria decadenza. Il tema del lavoro è stato completamente obliato. L’indice di disoccupazione si mantiene al doppio degli altri paesi europei, con una quota rilevantissima di quella giovanile. Interi settori produttivi risultano del tutto marginali nell’economia del Paese e nel quadro internazionale. Risultano assenti dal dibattito pubblico qualsiasi proposta di programmazione economica , di serio intervento pubblico, di rapporto tra l’innovazione tecnologica, la produzione industriale, l’occupazione. Pesano enormemente i ritardi nelle infrastrutture, i temi ambientali e del dissesto idro geologico. Il segnale più importante del disprezzo che questa classe politica nutre nel confronto del mondo del lavoro è dato però, come evidente esemplificazione, dall’indifferenza con la quale vengono accolte le notizie di crescita esponenziale nel numero d’incidenti con esito mortale. Sono notizie che scivolano via senza commento né spunto di riflessione sulle pagine e sugli schermi della grande comunicazione di massa. Si tratta dell’indicazione di un’indifferenza, di una sottovalutazione, di un’imperdonabile neghittosità collettiva e soprattutto si evidenzia il segno dei livelli d’intensificazione dello sfruttamento che connotano pesantemente lo scenario di questi anni terribili. Di seguito il numero di incidenti mortali sul lavoro registrati nei primi tre mesi di quest’anno. Si noti come il maggior numero d’incidenti si registri nelle Regioni di maggiore sviluppo, a dimostrazione di quell’accenno all’intensificazione dello sfruttamento di cui sopra e anche, con ogni probabilità, per via del conseguente utilizzo di mano d’opera meno qualificata e posta in condizioni di costante pericolo per ragioni legate al mero profitto. Una tragica statistica da mantenere come monito di un’intollerabile situazione verso la quale non assistiamo alla giusta reazione prima di tutto da parte dei sindacati confederali, in secondo luogo dalle forze politiche, dal sistema informativo e dall’opinione pubblica in generale, in particolare da quella parte che si ritiene “democratica”. Traggo dal prezioso blog “La Bottega del Barbieri” questi dati che lascio semplicemente come memoria di una tragedia ormai quotidiana. DAL 1 GENNAIO SONO 162 I MORTI SUL LAVORO Dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro (**) Dal 1° gennaio 162 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere. Morti nelle Regioni e Province italiane nel 2018 per ordine decrescente N.B i morti segnalati nelle Regioni sono solo quelli sui LUOGHI DI LAVORO. Ricordo ancora una volta che ce ne sono almeno altrettanti che muoiono sulle strade e in itinere nelle province non sono conteggiati i morti sulle autostrade. VENETO 21: Venezia (2), Belluno (1), Padova‎ (), Rovigo (1), Treviso (7), Verona (7), Vicenza (2). LOMBARDIA 20: Milano (8), Bergamo (2), Brescia (1), Como (1), Cremona (), Lecco (), Lodi (), Mantova (4), Monza Brianza (1), Pavia (1), Sondrio (2), Varese (). PIEMONTE 12: Torino (5), Alessandria (), Asti (1), Biella (), Cuneo (4), Novara (1), Verbano -Cusio -Ossola (1) Vercelli (). CAMPANIA 10: Napoli (5), Avellino (1), Benevento (), Caserta (), Salerno (4). TOSCANA 10: Firenze (1), Arezzo (), Grosseto (1), Livorno (2), Lucca (1), Massa Carrara (2), Pisa‎ (1), Pistoia (), Siena (2) Prato (). EMILIA ROMAGNA 9: Bologna (), Rimini (1). Ferrara (2) Forlì Cesena () Modena (3) Parma (1) Ravenna (2) Reggio Emilia () Piacenza (). ABRUZZO 8: L’Aquila (4), Chieti (2), Pescara (1) Teramo. LAZIO 8: Roma (4), Viterbo (1) Frosinone (1) Latina (2) Rieti (). SICILIA 8: Palermo (1), Agrigento (1), Caltanissetta (1), Catania (5), Enna (), Messina (), Ragusa (), Siracusa (1), Trapani‎ (). CALABRIA 9: Catanzaro (2), Cosenza (2), Crotone (3), Reggio Calabria (1) Vibo Valentia (1). MARCHE 5: Ancona (), Macerata (1), Fermo (), Pesaro -Urbino (), Ascoli Piceno (4). LIGURIA 4: Genova (3), Imperia (), La Spezia (1), Savona (). SARDEGNA 5: Cagliari (1), Carbonia -Iglesias (), Medio Campidano (), Nuoro (), Ogliastra (), Olbia -Tempio (2), Oristano (), Sassari (2). Sulcis Iglesiente (). UMBRIA 2: Perugia (1) Terni (1). PUGLIA 2: Bari (), BAT (1), Brindisi (), Foggia (), Lecce () Taranto (1). FRIULI VENEZIA GIULIA 2: Trieste (), Gorizia (), Pordenone (), Udine (1). Molise 2: Campobasso (2), Isernia (). BASILICATA 2: Potenza (2) Matera (). TRENTINO ALTO ADIGE: Trento (), Bolzano (). VALLE D’AOSTA (). (**) "L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro" ha compiuto dieci anni. Aperto il 1° gennaio 2008 dal metalmeccanico in pensione e artista sociale Carlo Soricelli per ricordare i sette lavoratori della Thyssenkrupp di Torino morti poche settimane prima bruciati vivi.

Macron un anno dopo

Macron un anno dopo

giovedì 5 aprile 2018

Lanfranco Turci: LeU - Silenzi e fuori strada - nuovAtlantide.org

LeU - Silenzi e fuori strada - nuovAtlantide.org

Foreign policy after Italy’s elections: a major test for the winners | Aspenia online

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Povertà, Reddito, Lavoro nel Post-Fordismo digitalizzato - Menabò di Etica ed Economia

Povertà, Reddito, Lavoro nel Post-Fordismo digitalizzato - Menabò di Etica ed Economia

La legge del più forte? A proposito dei dazi di Trump - Menabò di Etica ed Economia

La legge del più forte? A proposito dei dazi di Trump - Menabò di Etica ed Economia

Reddito di cittadinanza: chi ha torto, chi ha ragione? (seconda parte) - Menabò di Etica ed Economia

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martedì 3 aprile 2018

Il Pd senza bussola - Il Ponte

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Disuguaglianza tra le classi o tra i paesi? Branko Milanovic e il futuro che ci aspetta - micromega-online - micromega

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Continua l’effetto Sanders: i Democratici americani sempre più a sinistra – L'Argine

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Quando i soldi della Cdp finiscono dove non dovrebbero - Lettera43.it

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Note su “Ripensare il capitalismo” di M. Mazzucato e M. Jacobs - Pandora Pandora

Note su “Ripensare il capitalismo” di M. Mazzucato e M. Jacobs - Pandora Pandora

Can There Be a Left Populism?

Can There Be a Left Populism?

Perché la disuguaglianza fa male alla democrazia | A.Soci

Perché la disuguaglianza fa male alla democrazia | A.Soci

Franco D'Alfonso: Socialdemocrazia a 5 Stelle? – MuMe

Socialdemocrazia a 5 Stelle? – MuMe

mercoledì 28 marzo 2018

Franco Astengo: Governo/Non governo

GOVERNO/NON GOVERNO di Franco Astengo Premesso che al momento attuale appare del tutto azzardato pronunciare vaticini circa la formazione del nuovo Governo (e ricordato anche, un po’ per celia e un po’ per non morire che: “il governo qualunque esso sia è sempre il comitato d’affari della borghesia”) vale la pena sottolineare almeno tre punti che sembrano caratterizzare la situazione politica nel dopo-voto del 4 marzo 2108: 1) Le forze politiche si trovano nell’impasse dell’aver costruito una campagna elettorale come se si fosse votato con una formula maggioritaria e non con un proporzionale per i 2/3. L’assenza di alcuna proposta sul piano degli schieramenti politici nel dopo – voto adesso pesa, in un quadro di promesse elettoralistiche che (come si era ben rilevato alla vigilia) risultano non solo incompatibili fra loro ma impossibili da soddisfare anche solo parzialmente. Una “logica del maggioritario” che emerge dalla richiesta del partito di maggioranza relativa che con il solo 32% pretenderebbe di esercitare una funzione egemonica nella formazione dell’esecutivo; 2) Non esiste più lo schema centrodestra / centrosinistra.Chi si è richiamato al centrosinistra alla fine si è trovato del tutto marginalizzato: il PD se n’è guardato bene reclamando per sé il “voto utile” ma senza indicare alcuna prospettiva di schieramento futuro. Ed era evidente anche lo spostamento d’asse che si stava verificando in quello che per mera convenzione è stato definito centrodestra(dal punto di vista dei contenuti espressi la definizione “centro” appare ormai del tutto superflua), ma che aveva mutato completamente pelle rispetto alla tradizione accumulata nei venticinque anni correnti dal’94 a oggi (difatti il richiamo a quella data, pure tentato dallo stesso Berlusconi, non ha funzionato e hanno fatto una brutta fine anche gli epigoni del centrismo e dell’appoggio ai governi Renzi - Gentiloni). Il fatto è che (lo ribadiamo) non c’è più il bipolarismo solo assetto del sistema,utile per definire due schieramenti nell’alternanza. Alternanza che dunque non è più verificabile come opzione possibile. Nella sparizione del bipolarismo si avverte anche un certo declino del meccanismo della personalizzazione; 3) Sarà comunque difficile uscire, nella prospettiva della costruzione di una maggioranza di governo, dallo schema impostato per l’elezione dei Presidenti delle Camere, tanto più che c’è chi rivendica il ritorno a una presunta “centralità del Parlamento”. Nello smarrimento generale della memoria è il caso di ricordare che la “centralità del Parlamento” (formula togliattiana: “Parlamento come specchio del paese”) può essere attuata soltanto attraverso l’adozione di una formula elettorale proporzionale ,tale da consentire l’espressione istituzionale delle più importanti espressioni politico – culturali presenti nel Paese e senza l’invenzione di coalizioni posticce utili soltanto a conseguire il primato in collegi uninominali “first-past-the-post” .L’esistenza dei collegi uninominali a fianco delle liste plurinominali (pasticcio attuato per poter disporre ancora una volta di un parlamento di “nominati”), in quest’occasione, ha rappresentato un vero e proprio monumento all’incultura politica di chi ha redatto il dispositivo. Al più, tornando al tema del governo futuribile, lo schema usato per eleggere i presidenti d’Aula potrà essere variato nel senso di qualche reciprocità d’astensione (il richiamo al 1976 è d’obbligo, anche se le proporzioni del tripolarismo in quel frangente erano molto diverse tra le forze più consistenti e vigeva ancora la “conventio ad excludendum”). Ma quello dell’estate di quarantadue anni fa (si votò il 20 giugno) e del governo Andreotti, monocolore della “non sfiducia” potrebbe rappresentare un richiamo storico in una qualche misura plausibile. Infine, tornando all’attualità, non sono da escludere scissioni o riallineamenti, sempre all’ordine del giorno in tutto l’arco dello schieramento politico quando il tema è quello del governo e gli equilibri precari e delicati.

LE CARTE INUTILI DELLA ROCCAFORTE MILANESE | Luca Beltrami Gadola - ArcipelagoMilano

LE CARTE INUTILI DELLA ROCCAFORTE MILANESE | Luca Beltrami Gadola - ArcipelagoMilano

lunedì 26 marzo 2018

Corbyn "sincerely sorry" for pain caused by antisemitism in Labour | LabourList

Corbyn "sincerely sorry" for pain caused by antisemitism in Labour | LabourList

PROGRAMMARE LO SVILUPPO PER RISPONDERE ALLE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO di Sergio Ferrari – Dalla parte del torto

PROGRAMMARE LO SVILUPPO PER RISPONDERE ALLE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO di Sergio Ferrari – Dalla parte del torto

Franco Astengo: Uno spunto di riflessione sul quadro politico

UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE SUL QUADRO POLITICO di Franco Astengo Dopo l’elezione dei Presidenti dei due rami del Parlamento si può aprire un punto di riflessione attorno ad un elemento che è parso poco valutato dagli analisti. La doppia elezione si è verificata attraverso la composizione delle Camere così come determinata dall’esito di elezioni che sono state giustamente giudicate come “critiche” e foriere di un complessivo riallineamento del sistema politico italiano . Si è verificata, attraverso l’espressione del voto, una forte torsione a favore di chi ha lanciato slogan assolutamente distruttivi rispetto al recente passato e verso la collocazione europeista mantenuta dai precedenti governi e che è stata sonoramente bocciata da elettrici ed elettori. A questo punto si può aprire un punto di riflessione attorno ad un elemento che è parso poco valutato dagli analisti. Senza voler preventivare nulla al riguardo della prospettiva di governo la valutazione che, infatti, può essere sviluppata proprio nell’occasione delle elezioni dei Presidenti di Camera e Senato ci indica che la scelta riguardante la seconda carica dello Stato (presidenza del Senato) indica una figura che ancora di nuovo e sempre il nostro sistema alla situazione del 1994. Il nostro sistema politico appare infatti ancora saldamente connesso al gigantesco conflitto d’interessi che collega direttamente il sistema stesso all’azienda privata dominante nel campo della comunicazione televisiva (posizione dominante del resto confermata da un referendum popolare svoltosi nel 1995). La difesa della quotazione in borsa di Mediaset e del patrimonio personale del suo proprietario, oltre alla disponibilità della stessa azienda di trasmettere tre canali televisivi generalisti con relativi TG , notiziar, talk – show, trasmissione di approfondimento rimangono gli elementi centrali sui quali si misura ancora come sempre nel corso degli ultimi 25 anni l’intero sistema politico. Se questo è il “nuovo che avanza” portatoci in dote dall’affermazione di M5S e Lega auguriamoci che qualcuno ci salvi da un non meglio precisato (ma promesso dai rodomonti da campagna elettorale) “ritorno al futuro”. Fermato con il voto del 4 dicembre 2016 il tentativo svolto dal fu PD (R) di destabilizzare definitivamente il quadro costituzionale, nuovi ed eterni pericoli si addensano sulla nostra democrazia, che vorremmo resistenziale e repubblicana e che appare ancora in pericolo preda di convulsioni irrazionali che sembrano condurre alla fine ad una sorta di “attrazione finale” verso il vecchio “dominus” capace di dispensare a larghe mani iniezioni gratuite di anestesia sociale.

sabato 24 marzo 2018

Le macerie della sinistra - Sbilanciamoci.info

Le macerie della sinistra - Sbilanciamoci.info

La desertificazione renziana e i corpi intermedi "mutanti" - Sbilanciamoci.info

La desertificazione renziana e i corpi intermedi "mutanti" - Sbilanciamoci.info

Franco Astengo: Società e politica

SOCIETA’ CHIUSA / SOCIETA’ APERTA, DEMOCRAZIA di Franco Astengo E’ capitato tante volte, nel corso degli anni più recenti, di reclamare un aggiornamento della teoria classica “delle fratture”. La teoria delle “fratture” è stata elaborata dal politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset . Una teoria attraverso la quale s’individuano quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui erano state la causa della nascita dei partiti come li abbiamo conosciuti almeno fino alla fase della globalizzazione. I cleavages sono delle fratture che mettono in conflitto gruppi sociali. Possiamo catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione (nazionale e industriale) in cui sono implicati. L’intento della richiesta di aggiornamento che era stata avanzata almeno dall’affermarsi di un’elevata “complessità sociale” era quello di collegare le fratture “storiche”, in particolare quella “capitale/lavoro” all’emergere di nuove fratture definite “post – materialiste” (in particolare quella di genere e quella ambientale) . Lo scopo di questa richiesta di aggiornamento era quello di determinare una nuova base teorica e una diversa capacità di lettura della società al fine di realizzare un rinnovamento nei partiti rendendoli adeguati a interpretare ciò che stava cambiando nell’assetto sociale, adeguando anche la loro struttura che stava inesorabilmente scivolando nella “liquidità” del partito personale, comitato elettorale separato da qualsiasi radicamento nel concreto della società. Questo intendimento non si è realizzato, anzi il rischio che stiamo correndo è quello che un aggiornamento si stia in effetti verificando ma posto su di un terreno arretrato sul quale potrebbero definirsi condizioni per un ritorno a una costruzione di strutture politiche del tipo di quelle precedenti alla prima rivoluzione industriale. E’ in atto, infatti, una vera e propria crisi profonda di quella che abbiamo definito “democrazia liberale” fondata sul suffragio universale e i Parlamenti e una ripresa di discorso attorno ad idee del tipo “democrazia dei notabili”, di voto limitato e di una forma di governo basata sulla personalizzazione e l’appoggio di piccoli gruppi di potere non sottoponibili a una verifica di massa (si è scritto di “fascismo senza dittatura”). Un quadro che potrebbe ulteriormente modificarsi se si pensa a ciò che sta accadendo sul terreno della mediazione politica che si realizza attraverso il web e che viene identificata come superamento della democrazia rappresentativa da parte della democrazia diretta veicolata esclusivamente dal dibattito via social network. Una situazione della quale stiamo verificando la pericolosità leggendo le notizie che ci arrivano nel merito della vicenda Facebook e soprattutto dell’idea di una “democrazia diretta” veicolata esclusivamente attraverso il web. La torsione individualistica dell’assetto sociale, fondata sul consumismo che si è realizzata in Occidente a partire dagli anni’80 del XX secolo e lo scontro tra questa e lo scompaginamento seguito dalla caduta del bipolarismo dei blocchi (da qualcuno scambiato come l’apertura di una sorta di “età dell’oro” e come “fine della storia) ha rappresentato la causa prima dell’involuzione dei soggetti di intermediazione politica fino a far pensare che, per governare un’inedita complessità sociale, si rendesse necessario un taglio della domanda e quindi l’assunzione di una responsabilità politica fondata sulla “governabilità” intesa quale fine esaustivo della politica. Una concezione della “governabilità” che alla fine ha portato a uno scontro con tutti i tentativi di natura globalista attraverso i quali si è cercato di affrontare il mutamento di paradigma che il procedere dell’innovazione tecnologica soprattutto nel campo della comunicazione stava imponendo . Queste opzioni globaliste che – oggi come oggi – appaiono in grandissima difficoltà di fronte al riproporsi addirittura dell’emergere, nelle grandi potenze, di tensioni di tipo imperialista. L’aggiornamento della “teoria delle fratture” e,di conseguenza, della base teorica sulla quale stanno formandosi i soggetti politici che agiranno verso la seconda fase del Secolo XXI, si sta insomma verificando attorno al nodo “società chiusa / società aperta”; un nodo che molti intendono per “sovranismo/globalismo”. Un dualismo che dovrebbe sostituire compiutamente quello tra capitale e lavoro e successivamente nella modificazione del rapporto tra struttura e sovrastruttura con l’ingresso in scena di quelle che sono state definite “fratture post – materialiste”. La situazione politica italiana appare contrassegnata in questo senso e potrebbe anche funzionare da laboratorio. Chi intende contrastare il tentativo egemonico di imporre il ritorno alla società chiusa intende fare fronte semplicisticamente attorno al concetto di “società aperta” attraverso la proposizione di un liberalismo dalla Popper. Si è mosso in questo senso Antonio Polito con un suo articolo apparso nei giorni scorsi sulle colonne del “Corriere della Sera”. Articolo dove si rilancia il pensiero del filosofo austriaco e i suoi avvertimenti a non trasformare la “società aperta” in una “società astratta” come sarebbe avvenuto nel corso di questi anni attraverso l’adozione acritica dell’innovazione tecnologica che (ne scriveva appunto già Popper) potrebbe condurre ad una società “depersonalizzata” esposta , quindi, ai colpi dell’idea di un potere sovrano fortemente concentrato come sola possibilità adatta per governarla. Il nostro compito allora non potrebbe essere altro che quello di lottare per difendere la “società aperta” che, secondo l’autore, “resta il sistema migliore per il benessere dei popoli che dobbiamo preservare a ogni costo anche da chi, di volta in volta, vince le elezioni.” Polito cita Pericle : “si tratta di legare l’individualismo con l’altruismo perché ci è stato insegnato di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere gli umili”. Una difesa della “società aperta” che chissà come potrà essere realizzata nel momento in cui pare riaprirsi nuovamente la faglia Oriente/Occidente e sta riformandosi, attorno al sovranismo di Trump, un nucleo d’acciaio della NATO con la Gran Bretagna della Brexit, la Francia e la Germania. Assistiamo comunque a una difesa della “società aperta” le cui motivazioni di riaffermazione paiono dimenticare l’esistenza di una “frattura” ancora determinante: quella relativa allo sfruttamento derivante prima dalla contraddizione “capitale – lavoro” e, in secondo luogo, dal soffocamento capitalistico sulle contraddizioni post – materialiste. Sfruttamento operante ben oltre le condizioni materiali di lavoro che colpisce l’insieme di una società sfibrata e ripiegata sulle proprie contraddizioni, alle quali non riesce (nell’insieme di una proposta di lettura della realtà sociale e politica) a fornire un senso e un’indicazione di prospettiva. Si è così’ determinato un vero e proprio “allargamento sociale” delle condizioni di classe ben oltre la fabbrica e i campi tanto per indicare luoghi fisici della rivoluzione industriale. Deve essere in nome dell’estensione del peso della condizione di classe a livello globale che riteniamo non si tratti, dal nostro punto di vista almeno, di difendere la “società aperta” ma, invece, di costruire le condizioni politiche perché possa affermarsi una radicale alternativa di sistema nel senso di una proposta di liberazione dallo sfruttamento globale. Il tema della liberazione dallo sfruttamento globale deve rimanere centrale nell’impostazione politica delle forze di opposizione che è necessario organizzare e rendere efficaci nella loro azione di radicamento e di proposta proprio perché la “società aperta” capitalistica rimane fondata sull’immutabilità di inaccettabili disuguaglianze che provocano sopraffazione. La capacità di immediatezza nella rappresentazione dei bisogni sociali rappresenta probabilmente la chiave per elaborare una prima efficace azione di resistenza a questo modificarsi nei termini dell’agibilità democratica. Sono già avvenuti tentativi in questo senso all’interno di un “caso italiano” che si rinnova e si rovescia nei suoi termini (opposti a quelli dell’avanzamento sociale verificatosi nel corso dei “trenta gloriosi”): pensiamo al “salazarismo soft” del governo Monti /Napolitano e al tentativo di riforma costituzionale di Renzi respinto dal voto popolare il 4 dicembre 2016. Tentativi che proseguiranno: all’interno e al di fuori del web.

I numeri per capire il voto dell’Italia del sud – Associazione Paolo Sylos Labini

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Brexit: a che punto siamo? | ISPI

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Sanders: Voglio parlare di quello che i media non raccontano – L'Argine

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The Trade Union Message To European Leaders

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Paolo Bagnoli: la tragica realtà dell'oggi

In attesa del nuovo numero de La Rivoluzione Democratica, l'articolo di Paolo Bagnoli pubblicato su “Non mollare” quindicinale post azionista | 016 | 19 marzo 2018. La biscondola di Paolo Bagnoli - “La tragica realtà dell’oggi”. E’ veramente difficile comprendere come possa evolvere il quadro politico dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento. Fermi restando i successi 5Stelle e Lega, la verità è che hanno perso tutte le formazioni in competizione. Non solo il Pd che, almeno alle apparenze, si è sdegnosamente e orgogliosamente ritirato in una specie di Aventino: quasi una legge del contrappasso per chi aspirava a essere, addirittura, “il partito della nazione”. Quanta e quale sia, in questi giorni, la diplomazia più o meno clandestina, si può immaginare. Alla fine tutti dichiarano di aspettare il Presidente della Repubblica che sicuramente sarà in attivo democristiano movimento per vedere quale possa essere una soluzione possibile e, in qualche misura, sufficientemente credibile. I due vincitori rivendicano la guida del governo, ma nessuno dei due esprime una capacità di soggetto coalizionale e, a nostro parere, i 5Stelle scontano la rivendicazione della loro diversità – una vera e propria estraneità rispetto a tutti gli altri – la quale, benché ammorbidita dalle banalità di Luigi Di Maio, persiste e salta fuori appena possibile. Ma può essere una giustificazione seria richiedere la presidenza della Camera perché si vogliono abolire i vitalizi? La cosa si commenta da sola! Matteo Salvini potrebbe benissimo staccarsi dai suoi compagni di coalizione e fare un governo coi grillini; tuttavia, mentre muovendosi con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni i suoi voti pesano di più e, con essi, il suo ruolo, andando per conto proprio risalterebbe subito come i voti della Lega siano la metà di quelli del 5Stelle. Cosa poi bolla nella pentola del Pd non si capisce. La sconfitta è stata di quelle cocenti e occorreva essere ciechi per non vedere come essa fosse nell’aria, ma ciò non giustifica il trinceramento dietro la dichiarazione che gli italiani lo hanno mandato all’opposizione. Se pur dall’opposizione una forza politica ha il dovere di proporre qualcosa, tanto più se vi sono difficoltà di colloquio tra gli altri due soggetti; insomma, unpartito deve avere, qualunque sia il suo stato, una proposta politica. La fallita formazione di Pietro Grasso la sua l’ha avanzata, se pur riguardante solo se stessa: appena derenzizzato il Pd i Liberi e Uguali sono pronti a rientrare, se abbiamo capito bene le ultime dichiarazioni di Roberto Speranza. Invece di bearsi all’opposizione il Pd potrebbe buttare sul tavolo una proposta alta e pure coraggiosa; ossia, considerata la situazione di emergenza nella quale ci troviamo, si faccia un governo sostenuto da tutti, presieduto da una personalità fuori dai giochi di ognuno, garantito dalla Presidenza della Repubblica, con un programma preciso; la sua durata si determinerebbe da sola: In tal modo il Pd non rinnegherebbe il ruolo di forza di opposizione, ma rientrerebbe nel giuoco politico gettando lo scompiglio negli altri e pure, pensiamo, ricompattando se stesso nell’attesa del congresso annunciato che rischia di risucchiarlo in una lacerazione senza limiti. Se rimane alla finestra può trovarsi, in breve tempo, a nuove elezioni che ne peggiorerebbero le condizioni lasciandolo senza potenziali interlocutori considerato che Forza Italia sembra aver intrapreso il cammino di una discesa difficilmente recuperabile. Questa la tragica realtà dell’oggi che segna un ulteriore sgretolamento di una sistema senza politica e senza partiti veri. Quanto continua a sorprendere è che nessuno, ma proprio nessuno, né tra gli addetti ai lavori né tra i maitres à penser, venga nemmeno sfiorato il problema di fondo: cosa bisogna fare per ricostruire la democrazia italiana? Nessuno se ne occupa, la questione non incontra attenzione alcuna: i risultati si vedono. Alla fine pure le lamentazioni hanno senso e, pericolosamente, torna fuori il tema della riforma della Costituzione che ha avanzato Dario Franceschini. La proposta è caduta nel vuoto, ma si tratta di un silenzio intrigante. Siamo convinti che il referendum del dicembre 2016 non abbia archiviato il problema e che ci si stia pensando più di quanto non traspaia, riversando ancora una volta sulla Costituzione le colpe della politica e di una classe politica inadeguata. Naturalmente le conseguenze sarebbero a grave detrimento della Repubblica e della politica democratica che le è strettamente connessa.

Scarso capitale sociale: il primo peccato dell’economia italiana | R. Targetti Lenti

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Che fine ha fatto la progressività dell’Irpef? | S.Boscolo

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L'Europa dei cittadini, antidoto al sovranismo | M.Bordignon

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giovedì 22 marzo 2018

Bullmann nuovo presidente dei S&D: “Rinnoviamo la socialdemocrazia insieme" - Eunews

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Sinistra Pd e LeU, ora servono calma e gesso - Lettera43.it

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What Italy’s Election Means for the EU by Lucrezia Reichlin - Project Syndicate

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Sergio Ferrari: Programmare lo sviluppo a sinistra

Programmare lo sviluppo a sinistra Sergio Ferrari Marzo 2018 Poiche in questi ultimi trimestri la variazione del nostro Pil non ha più il segno negativo e poiche questa variazione temporale del Pil nei trimestri più recenti sta superando i precedenti modesti andamenti, si è pensato di poter affermare che siamo usciti da quella crisi economica in atto, almeno nel nostro paese, da svariati decenni. In una economia come la nostra, compresa in un sistema di accordi quali quelli che danno luogo all'Unione europea, oltre che alle ovvie connessioni con l'economia internazionale, affermare che un segno positivo davanti al valore della variazione del Pil possa significare un andamento positivo di quella economia, è, in maniere evidente, una ipotesi che richiede di essere verificata e dimostrata. Su questa questione, peraltro, ci si è già soffermati varie volte. C'è, infatti, la concreta possibilità che a quella forzatura ottimistica possa corrispondere una diagnosi errata e, quindi, quel che sarebbe più grave, anche una terapia errata, che, di conseguenza, dovrebbe essere rapidamente corretta. Dalla Fig. 1 è del tutto evidente che a partire almeno dalla metà degli anni ‘90, gli andamenti del nostro Pil pro capite sono nettamente e crescentemente inferiori a quello dei 19 paesi dell’Unione Europea Confrontare gli andamenti del nostro Pil con l’andamento del Pil dei paesi nostri vicini rappresenta, dunque, la prima verifica di quella ipotesi ottimistica. Il fatto che questo divario esista e si conservi da svariati anni dovrebbe confermare, dunque, la necessità di una revisione critica di quelle affermazioni ottimistiche. A questo fine è necessario, anche per evitare considerazioni paraideologiche, cercare di individuare quando e cosa è capitato al nostro sistema socioeconomico che ne ha differenziato il comportamento rispetto a quello dei paesi nostri partner europei. Dalla Fig. 1 si evidenzia l’esistenza sin dagli anni ‘90 di un divario nell’andamento del Pil ma per cogliere una origine occorre risalire ad anni precedenti. Fig. 1 – Andamento del Pil pro-capite (Fonte: OECD) Misurando, quidi, l’andamento delle variazioni percentuali del Pil dell’Italia e della UE19, V.Fig. 2, si rileva una discontinuità con origini nella seconda metà degli anni ‘80 e con un progressivo ritardo nella crescita del Pil del nostro paese a partire da quegli anni. Se, dunque, gli anni del cambiamento nel comportamento economico del nostro paese rispetto a quello dei paesi nostri consimili appare ragionevolmente come quello indicato e cioè la seconda metà degli anni ottanta, il fenomeno che si verifica in questi anni è rappresentato da un cambiamento in negativo della competitività del nostro sistema industriale; in particolare questo ritardo nella crescita del Pil italiano trova una conferma nell’andamento della competitività tecnologica misurata, ad esempio, in termini di percentuale di ricercatori sul totale degli addetti impegnati dalle imprese. ( V. Fig 3 ). Fig. 3 - Numero percentuale di ricercatori ogni mille addetti nel sistema delle imprese industriali (Dati : OECD ) Come si vede i dati indicano, partendo dai primi anni ‘80, nel caso del nostro paese un andamento parallelo ma inferiore a quello degli altri paesi. Ma a partire dalla fine degli anni ottanta, mentre gli altri paesi accentuano il loro impegno tecnologico, il sistema delle imprese italiane si ferma, e, anzi, per una quindicina di anni riduce quell’impegno. Lo scenario che emerge da queste prime considerazioni sembra corrispondere, da un lato all'esistenza di una politica industriale arretrata ormai da alcuni decenni e, dall’altro, ad scelta di una competitività di prezzo a fronte di una scelta di competitività tecnologica da parte dei paesi UE19. L’andamento negativo della bilancia commerciale nei prodotto ad alta tecnologia, contrariamente a quanto si verifica da parte dei paesi avanzati, (V. Fig. 4 ) conferma questa differente scelta di politica economica da parte delle nostre imprese. Fig. 4 - Saldi Bilancia Commerciale Prodotti HT ($) ( Fonte: Osservatorio ENEA ) Questa questione della relazione tra lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo economico-sociale viene trattata a livello politico sin dal 1945 quando Vannevar Bush, consigliere del presidente USA F. C. Roosevelt, delinea una stratigraphy di sviluppo post bellica basata sull'economia della conoscenza. Poichè, come ci ricorda Pietro Greco, la ricetta di Bush " è ancora applicabile" , rinviamo, per le questioni di merito, a quel lavoro, spostando l’attenzione su un interrogativo e cioè sul come mai nel nostro Paese quella ricetta non solo resta di fatto ignorata ma, anzi, viene praticata all'incontrario sino al punto di considerare la spesa pubblica in Ricerca un onere da ridurre con provvedimenti vari - dal turnover del personale, ai vincoli di bilancio nella sostituzione dei pensionati, ai blocchi contrattuali, alle riduzioni dei finanziamenti, ecc. - ma tutti convergenti verso questo obiettivo. Ancora più significativo appare l’andamento della spesa delle imprese in R&S che, infatti, dalla metà degli anni ‘80 abbandonano la progressione di questa spesa, contrariamente a quanto si verifica nei paesi avanzati. Tutto questo in coerenza con le politiche industriali perseguite che tendono, invece, ad incidere sul costo e sulla flessibilità del fattore lavoro. In definitiva mentre si persegue una politica di accentuazione della competitività del fattore lavoro, si subisce senza interventi correttivi una riduzione della competitività tecnologica. Si aprono, a questo punto, una serie di questioni che verranno qui di seguito solo accennate poichè ognuna di queste meriterebbe una analisi e una riflessione specifica, per essere poi ricondotte alla questione generale del ritardo di elaborazione in materia di politica economica e industriale, con tutto quel che ne consegue, da parte della sinistra. Un ritardo che nel caso dello sviluppo tecnologico rischia di emarginarla da ogni possibile ruolo politico, non essendo possibile affrontare le logiche negative dello sviluppo tecnologico con le politiche della conservazione; anche perchè il conseguente ritardo si coniuga strettamente con quello sul versante dell'analisi sociale, con una visione del “proletario" come soggetto immutabile e conservatore, come se al di fuori di quella visione ci possa essere solo una concezione "capitalistica", mentre è vero esattamente il contrario. Un ritardo che nel nostro paese assume delle dimensioni tali da concorrere, non a caso, alla sua collocazione sul fondo delle classifiche dei paesi sviluppati e ai margini della dinamica dello sviluppo. L'andamento del numero degli addetti alla ricerca nel settore industriale (v. Grafico 1) riassume questa nostra situazione in termini tali da rendere evidente le difficoltà se non ormai, l'impossibilità di un recupero economico basato sulla capacità del sistema produttivo privato e, quindi, senza un forte e specifico intervento del livello pubblico. Nel momento che per cause internazionali - moltiplicazione dei prezzi petroliferi e avvio di una nuova rivoluzione tecnologica - si determina la necessità di una scelta in materia di utilizzo delle conoscenze scientifiche ai fini dello sviluppo, il nostro paese, come si è visto, compie una scelta differente, di conservazione della struttura produttiva preesistente. Nel nostro caso il divario, sulla bilancia commerciale in materia di prodotti ad alta tecnologia, si pensa di compensarlo con lo strumento della svalutazione della lira, sino al momento che anche questo viene a mancare a seguito dell’avvento dell'unione monetaria europea e, quindi, accentuando, dai primi anni 2000 in poi, il nostro divario di sviluppo. Occorre segnalare che solo in anni più recenti sono, finalmente, incominciate ad apparire analisi e riflessioni, anche autorevoli, nelle quali la considerazione verso gli effetti della globalizzazione e del progresso tecnologico assumono un ruolo centrale nell’analisi della crisi del nostro Paese. Ad esempio Fabrizio Onida in una Nota del 13 settembre 2012 rivolta al Rapporto coordinato per conto del Governa da Francesco Giavazzi, si domanda, forse con una certe retorica, se “ al di là dell'entità dei (pochi) incentivi disponibili per le imprese, vogliamo seriamente ripensare a qualche progetto tecnologico trasversale che valorizzi taluni nostri vantaggi competitivi già esistenti (es. meccatronica e robotica, bio-scienze, nuovi materiali), cofinanziato dal settore privato e guidato da personaggi di indiscussa competenze e indipendenza? Vogliamo rivedere in questa luce ruolo e missione operativa delle istituzioni pubbliche di ricerca, a cominciare da Cnr, Infn, Enea, Iit?”. (http://Sole24Ore). Scrive inoltre Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, in un intervento alla Fondazione Cini nel gennaio 2018 che “I benefici della globalizzazione e del progresso tecnologico …. non sono stati distribuiti equamente né tra le famiglie all’interno di ogni paese …..nè tra i Paesi. L’Italia è tra quei paesi che sono stati colti impreparati dall’arrivo di questi fenomeni.”. Si tratta di un cambiamento di analisi fondamentale ma che non può cambiare gli effetti di una impreparazione che, durata alcuni decenni, non è più eliminabile con qualche decreto più o meno elettorale o con qualche incentivo finanziario risultato, già in precedenti tentativi, privo di un qualche, anche minimo, effetto. Peraltro la politica ufficiale è ancora espressa da quella impreparazione culturale e da quegli interessi economici non in grado di impostare un positivo quanto necessario rapporto con le strutture della ricerca pubblica. Ne sono la prova quelle trecento e passa pagine che, sottoscritte dal Ministro dello sviluppo e dal Ministro dell’ambiente a metà 2017, costituiscono un proposta di Nuova Strategia Energetica; una strategia che, per la verità, non si accorge nemmeno che il nostro paese sta incentivando l’acquisto all’estero degli impianti fotovoltaici con un conseguente maggior costo del kwh prodotto e con un onere sulla bilancia dei pagamenti che potrebbe invece, nel caso specifico, essere ridotto a zero e a vantaggio anche dello sviluppo quali e quantitativo del fattore lavoro. E non si accorge nemmeno che la difesa dell’uso del metano dovrebbe, come minimo, tener presente i maggiori oneri ambientali in termini di effetto serra, connessi con le relative perdite di quel gas nei circuiti di trasmissione. In definitiva continua a crescere l’accumulazione dei ritardi con effetti non rimediabili con le solite politiche degli incentivi dal momento che, ad esempio, non è così che si realizzano quelle nuove strutture capaci di affrontare la Programmazione dell’Innovazione. cioè la capacità di realizzare nuovi prodotti/processi scelti e valutati a tavolino sapendo che il cumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche sarà tale da consentirne la realizzazione. Uno strumento che presuppone l'esistenza non solo di un Sistema Nazionale dell'Innovazione, ad oggi inesistente, ma anche di una capacità analitica e di studio in grado di articolare le valutazioni, le scelte e le partecipazioni. Una operazione che metta in evidenza, tra l'altro, la questione del controllo sociale dello sviluppo tecnologico in base non solo a valutazioni d'interesse economico generale ma anche dei rischi di varia natura altrimenti difficilmente evitabili se quel potenziale innovativo viene lasciato libero di manifestarsi senza una valutazione e un controllo preventivo. Non è certo questa l'occasione per percorrere questa storia plurisecolare, se non per evidenziare come la sinistra non abbia potuto incidere, se non raramente, sulle scelte produttive ma piuttosto si sia spesa per accrescere le condizioni economiche di quel proletariato, sino alle situazioni attuali che, insieme alla fruizione dello stato sociale - dall'istruzione alla pensione, alla sanità e alle conseguenti modificazioni della domanda - ne hanno avvicinato le condizioni a quelle del ceto medio Questo a sua volta è stato coinvolto nelle logiche dello sviluppo capitalistico e nella conservazione del saggio di profitto per cui, attualmente le condizione economiche dei membri della classe operaia si confondono con molte di quelle degli appartenenti a questo ceto medio. . Per entrambi resta valida la condizione sociale subalterna per cui esiste un ceto capitalistico e imprenditoriale al quale viene assegnato il compito di “comandare” non solo sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta, ma anche nelle logiche stesse dell'ubbidire in termini “del se lavorare, del come lavorare e del cosa fare”, e un ceto subalterno dove il livello di subalternità sociale ed economica è il fattore unificante tra ceto medio e classe operaia. Poichè nella realtà della situazione italiana il ricorso all’intervento pubblico non viene più contestato ma piuttosto s’intende gestirlo per evitare che le decisioni conseguenti modifichino i ruoli sociali degli attori (le nuovo bozze della Strategia Energetica Nazionale ne sono un esempio molto chiaro) è opportuno ricordare che il ritardo accumulato dal nostro paese è una conseguenza dei limiti culturali della nostra attuale classe dirigente per la quale le spiegazioni del ritardo competitivo del nostro paese sono da ricercare sempre e solo nei difetti dell’azione pubblica: tempi troppo lunghi, corruzione, scarsa competenza, costi eccessivi, sottogoverno, ecc... Non si tratta certo di negare l’esistenza di questi “malfunzionamenti”, quanto piuttosto di mettere ordine tra cause ed effetti. A questo punto è opportuno assumere la plurisecolare visione dei valori dell'eguaglianza e della libertà come capisaldi di una visione di sinistra dal momento che, altrimenti, navigando senza storia e senza memoria, non solo si può mettere in discussione quei valori ma, ed è un aspetto essenziale, la loro esistenza, il loro sviluppo e la loro realizzazione. Se la sinistra non organizza queste funzioni e questi strumenti a livello pubblico, dovrà necessariamente perdere anche ogni influenza in materia di distribuzione delle ricchezza e, a maggior ragione, dei ruoli sociali. L'azione di promozione di quei due capisaldi si è sviluppata, per motivi comprensibili, essenzialmente sulle condizioni economiche della classe operaia, piuttosto che quella relative all'articolazione dei ruoli sociali. Sulle condizioni economiche di “vendita” del lavoro si è concentrata l'azione della sinistra e del sindacato, trovando qualche margine anche nella logica del saggio di profitto per cui dovendo accrescerlo o anche solo conservarlo, il capitale doveva alle volte, affrontare la crescita quantitativa ma anche qualitativa del cosi detto proletariato. Questo a sua volta è stato coinvolto nelle logiche dello sviluppo capitalistico e nella conservazione del saggio di profitto per cui, attualmente le condizione economiche dei membri della classe operaia si confondono con molte di quelle degli appartenenti a questo ceto medio. Ma per entrambi resta valida la condizione sociale subalterna per cui esiste un ceto capitalistico e imprenditoriale al quale viene assegnato il compito di “comandare” non solo sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta, ma anche nelle logiche stesse dell'ubbidire in termini “del se lavorare, del come lavorare e del cosa fare”, e un ceto subalterno dove il livello di subalternità sociale ed economica è il fattore unificante tra ceto medio e classe operaia. Poichè nella realtà della situazione italiana il ricorso all’intervento pubblico non viene più contestato ma piuttosto s’intende gestirlo per evitare che le decisioni conseguenti modifichino i ruoli sociali degli attori (le nuovo bozze della Strategia Energetica Nazionale ne sono un esempio molto chiaro) è opportuno ricordare che il ritardo accumulato dal nostro paese è una conseguenza dei limiti culturali della nostra attuale classe dirigente. Nel frattempo è, dunque, necessario aggiornare gli strumenti che lo stesso capitalismo ha inteso e intende sviluppare per continuare a svolgere quel ruolo sociale necessaries per orientare e incidere sulle problematiche dello sviluppo e sulle politiche economiche e sociali conseguenti. Si tratta di una condizione operativa che deve annoverare tra gli strumenti d'intervento in materia di politica economica, l'esistenza e lo sviluppo di un nuovo “strumento”: la programmazione dell'innovazione, cioè la capacità di realizzare nuovi prodotti/processi scelti e valutati a tavolino sapendo che il cumulo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche sarà tale da consentirne la realizzazione. Uno strumento che presuppone l'esistenza non solo di un Sistema Nazionale dell'Innovazione, ma di una capacità analitica e di studio in grado di articolare le valutazioni e le partecipazioni. Una operazione che mette in evidenza, tra l'altro, la questione del controllo sociale dello sviluppo tecnologico in base non solo a valutazioni d'interesse economico generale ma anche dei rischi di varia natura altrimenti difficilmente evitabili. Infatti se quel potenziale innovativo viene lasciato libero di manifestarsi senza una valutazione e un controllo, le conseguenze sociali possono essere le più differenti. A questo punto è opportuno esaminare la plurisecolare visione dei valori dell'eguaglianza e della libertà come capisaldi di una visione di sinistra dal momento che quel nuovo “strumento” non solo può mettere in discussione quei valori ma, ed è un aspetto essenziale, il loro sviluppo e la loro realizzazione. L'azione di promozione di questi due capisaldi, ha avuto, come è noto, varie versioni ma, in generale, si è sviluppata, per motivi comprensibili, essenzialmente l'intervento sulle condizioni economiche della classe operaia, piuttosto che quella relative all'articolazione dei ruoli sociali. Sulle condizioni economiche di “vendita” del lavoro si è concentrata l’intervento non solo dell’imprenditore” ma anche l'azione della sinistra e del sindacato trovando margini anche nella logica del saggio di profitto per cui dovendo accrescerlo o anche solo conservarlo, il capitale doveva alle volte, affrontare la crescita quantitativa ma anche qualitativa del cosi detto proletariato. Non è certo questa l'occasione per percorrere questa storia plurisecolare, se non per evidenziare come la sinistra non abbia potuto incidere, se non raramente, sulle scelte produttive ma piuttosto si sia spesa per accrescere le condizioni economiche di quel proletariato, sino alle situazioni attuali che, insieme alla fruizione dello stato sociale - dall'istruzione alla pensione e alle conseguenti modificazioni della domanda - ne hanno avvicinato le condizioni a quelle del ceto medio. Questo a sua volta è stato coinvolto nelle logiche dello sviluppo capitalistico e nella conservazione del saggio di profitto per cui, attualmente le condizione economiche dei membri della classe operaia si confondono con molte di quelle degli appartenenti a questo ceto medio. Per entrambi resta valida la condizione sociale subalterna per cui esiste un ceto capitalistico e imprenditoriale al quale viene assegnato il compito di “comandare” non solo sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta, ma anche nelle logiche stesse dell'ubbidire in termini “del se lavorare, del come lavorare e del cosa fare”, e un ceto subalterno dove il livello di subalternità sociale ed economica è il fattore unificante tra classe operaia e ceto medio. Un ceto medio dal quale è stata sottratta una frazione, il ceto imprenditoriale, assegnando a questa frazione il compito di agevolare l’esistenza del capitalismo sviluppando in parallele l’economia finanziaria. Volendo concludere momentaneamente con una breve indicazione delle linee politiche da assumere inizialmente per intraprendere un percorso di ammodernamento politico, economico e sociale del nostro sistema produttivo, partendo dalla formazione per arrivare alla competitività internazionale e alle logiche della qualità dello sviluppo, è possibile indicare un primo elenco di iniziative e di decisioni politiche: 1- Istituire una Segretariato presso la Presidenza del Consiglio con il compito di coordinare la presenza del Paese nelle sedi Europee e in quelle internazionali connesse con la definizione/attuazione degli indirizzi strategici in materia di R.S.I; curare la definizione e il coordinamento della nostra partecipazione nei Progetti R.S.I. multidisciplinari; 2 – Assicurare una crescita del finanziamento a tutte le strutture pubbliche di ricerca con un aumento minino del 10% annuo per i prossimi cinque anni, assicurando comunque una quota di questi finanziamenti alle attività di ricerca fondamentali e libere. Creare uno strumento scientifico-finanziario in grado di valutare e assicurare le necessità finanziarie connesse con l’attuazione delle fasi finali dei processi innovativi e competitivi. 3 –In materia di formazione, dalla scuola materna a quella dell’obbligo, sino all’ottenimento della Laurea, il Ministero della P.I. oltre a valutare le dotazioni necessarie sia in materia di insegnanti che di studenti, dovrà sviluppare tutte le iniziative tese a promuovere le logiche connesse con la natura pubblica di tale formazione. 4- Rinnovare il quadro dirigente delle strutture pubbliche di R.S.I. in coerenza con i nuovi obiettivi posti a tali strutture e inserire la rappresentanza dei ricercatori nella gestione di tali organismi; definire le norme generali del rapporto di lavoro per tutti i dipendenti degli Enti nazionali di ricerca e, da parte del Ministero della P.I., sentito il Segretariato, le relazioni contrattuali relative a tutto il personale delle Scuola e dell’Università 5– Avviare la costruzione di una politica europea unitaria tra le forze di sinistra incominciando dalle relazioni sociali, dalla costruzione di una comune etica del lavoro e del capitale, dal controllo della politica finanziaria e dalla comune specificazione delle norme ambientali.